Il Signor Melarancia e l’albero delle teste

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Il Signor Melarancia viveva solo, in una vallata dove la nebbia si tratteneva fino a mezzogiorno; in una casa storta, costruita così dal nonno, o forse diventata storta da sola, con gli anni, come tante cose che invecchiano senza nessuno a correggerle.
Il legno, ormai imbarcato e scurito dalle piogge, si piegava in angoli improbabili; i comignoli fumavano di traverso, disegnando nell’aria pigre volute grigie, e le finestre – nessuna uguale all’altra, alcune tonde, altre storte – guardavano il mondo con un’aria arcigna e un po’ diffidente. Ma sopra ogni altra cosa, proprio al centro dell’orto, dove la terra sembrava più scura e più viva che altrove, si ergeva il melo piantato dalla famiglia generazioni addietro e cresciuto ben oltre la misura di un albero da frutto: alto come la casa stessa, la chioma così ampia da oscurare mezzo orto.
Molte mattine il Signor Melarancia si sedeva sotto il melo, gli occhi chiusi, ad ascoltare il fruscio di quelle foglie larghe e venate di rosso. Non doveva nemmeno guardare verso il cielo per saperlo: lassù, appese come lanterne tra i rami contorti, maturavano teste. Teste umane, perfettamente formate, con naso, bocca, sopracciglia e persino un ciuffo di capelli. Dondolavano appena nella brezza e, quando erano pronte, si staccavano da sole, cadendo a terra con un tonfo sordo che faceva sussultare i grilli. Il Signor Melarancia le raccoglieva in un cesto di vimini e le portava giù, nella cantina, in un luogo fresco e ombroso, dove la luce entrava solo in sottili lame polverose da una feritoia in alto. Lì le disponeva sugli scaffali, ordinate come libri e, sempre da lì, queste gli rendevano piccoli servizi quotidiani: la testa del marinaio, con lo sguardo sempre fisso verso un punto lontano, gli prediceva il tempo annusando l’aria della cantina; la testa della vedova, con le palpebre socchiuse gli ricordava i nomi delle cose che il Signor Melarancia, col tempo, aveva iniziato a dimenticare; la testa del bambino, con le guance ancora paffute, contava per lui i giorni, quanti ne erano passati, quanti forse ne restavano.

Un mattino limpido, mentre potava le rose sotto un cielo lavato dalla pioggia della notte, il Signor Melarancia notò una testa nuova sull’albero. Non seppe dire cosa lo fermò per primo – se gli occhi, o qualcosa di meno nominabile, un’increspatura nella memoria. Poi capì, e il cuore gli mancò un battito: era il suo volto. Identico al proprio, ma più verde, con una fogliolina tenera che spuntava da un orecchio come un piccolo orecchino vegetale.

Ehi, tu” disse la testa, ruotando gli occhi verso di lui tra due foglie che si scostarono con un fruscio secco. “Lo sai? Anche tu sei una mela.”

Il Signor Melarancia si grattò il mento, che – ora se ne accorgeva – aveva la consistenza di una buccia un po’ passata. “Io? Una mela? Ma ho le gambe! Le braccia! E… – si guardò in basso – …un ombelico!

Le mele mature hanno tutto” rispose la testa, con un sorriso che le piegava la bocca in una smorfia a mezzaluna. “Guarda meglio.”

E infatti… la sua pelle aveva preso a raggrinzirsi come la buccia di una mela dimenticata al sole. Il naso si era arrotondato, le dita accorciate, e le orecchie ormai somigliavano a due foglie secche che si sarebbero sgretolate ad un tocco.

Oh, accidenti” mormorò, e la sua voce già suonava più cava, come uscita da un frutto vuoto.

La testa sull’albero rise, un suono scricchiolante come di ramoscelli spezzati: “Non preoccuparti. È solo questione di tempo. Presto sarai dolce, succoso e – fece una pausa ad effetto – pronto per essere colto.”

Il Signor Melarancia tentò di fuggire, ma le gambe erano già due radici nodose, affondate nella terra scura dell’orto. Tentò di gridare, ma la bocca era piena di semi, e le parole gli si sgretolarono in gola come polvere. Intanto il sole calava dietro il crinale, tingendo la vallata di un arancione denso, quasi liquido, mentre l’aria si faceva fredda con un tintinnio sommesso e lontano. Fu in quell’istante che si staccò dal tronco della propria vita e rotolò giù, con un tonfo, tra le altre teste, nell’ombra fresca e silenziosa della cantina, dove non sarebbe mai più tornata la luce.

Quando il vento soffia forte lungo la vallata, sempre avvolta dalla nebbia, spesso si sente una voce flebile mescolarsi alle altre, tra gli scaffali bui: “Io non sono una mela! Io non sono una mela!
Ma le formiche, che dormono sotto i sassi e conoscono sempre la verità, ridacchiano tra loro: “Oh, sì che lo sei. E per giunta, un po’ acida.​​​​​​​​​​​​​​​​