
Là dove dimorano le visioni che ci raggiungono come frecce di luce, torno a ripensare a quell’istante folgorante agli Uffizi, lo scorso anno. Ero nell’ala dedicata a Botticelli. Nel brusio delle sale, ciò che emerge, oltre al fascino delle forme, è una sorta di apparizione interiore: il manifestarsi di una grazia che sfugge al tempo e che si offre allo sguardo come una promessa di armonia. Le figure femminili di Botticelli mi sembra che non si lascino definire; non sono del tutto reali, né interamente immaginate. A queste mi accosto ogni volta come a una fonte fresca. Da quei volti traspare un pudore che custodisce il mistero, una dolcezza intessuta di luce, una purezza virginale che non è mai fredda, ma animata da una vita sottile, come un giglio che si apre alla carezza del giorno. Ma è stato un volto maschile – inatteso – a spezzare il fluire della contemplazione. Silente e solitario, mi ha trattenuta con la forza di una visione. Una presenza viva e sospesa, affiorata come da un tempo remoto per interrogare il nostro. Un giovane, ritratto con gesto composto, che stringe una medaglia tra le mani con la fermezza di chi sa ciò che custodisce. Lo sguardo del giovane è limpido come un cristallo attraversato dal sole. In quegli occhi si intuisce un pensiero alto, un’educazione allo spirito, come se avesse dimorato nell’orbita delle Muse, un respiro che appartiene all’aria rarefatta dell’umanesimo fiorentino.
Veste un abito scuro, solenne, che ne accentua la giovane figura e, per contrasto, esalta la carnagione dorata, irradiata da una luce interna. Sul capo, un berretto rosso fiammeggiante – quasi un’aureola di fuoco che ne corona la fronte pensosa – richiama in un gioco di risonanze la medaglia che tiene tra le mani. Alle sue spalle si apre un paesaggio che fonde il reale all’idilliaco: un fiume che serpeggia tra i campi fertili, colline che si dissolvono nella quiete della distanza, un cielo che si offre come vasto invito.

Certamente è nella medaglia che risiede l’elemento più singolare: un calco in stucco dorato che emerge dalla superficie pittorica con una forza tattile e vibrante. Si tratta di una soglia temporale, un oggetto vivo che ci restituisce l’epoca aurea di Cosimo il Vecchio, pater patriae e artefice della Firenze umanista. Databile tra il 1465 e il 1469, reca l’iscrizione MAGNUS COSMVS MEDICES PPP – Primus Pater Patriae. Nelle mani del giovane sembra un simbolo d’identità, memoria, appartenenza.

Un dettaglio cattura l’occhio attento: l’anello rosso che orna il dito del giovane, acceso come la sommità del capo, e luminoso come la medaglia che lo accompagna. Oro e cremisi si rispondono, intrecciando un dialogo visivo ricco. Perfino lo sguardo del giovane sembra riflettere la stessa limpidezza del metallo prezioso. È un volto che sembra ascoltare più di quanto dica, e in questo silenzio si concentra tutto il mistero del ritratto. Chi è questo giovane dalle labbra increspate come da un pensiero appena affiorato, dal volto nobile e assorto?
Le ipotesi si rincorrono: Pico della Mirandola, Giovanni di Cosimo de’ Medici, forse lo stesso autore della medaglia, o – suggestione tra le più affascinanti – Antonio Filipepi, fratello di Sandro, orafo e medaglista al servizio dei Medici.
I colori dominanti, rosso e verde, si intrecciano come fuoco e prato, passione e quiete: dialogo tra l’ardore giovanile e la pace della contemplazione. E il pensiero, in un lampo, corre al Fante di Denari dei Tarocchi: al simbolo della materia abitata dallo spirito, al calore della fiamma e ai campi verdeggianti dove l’anima, infine, trova riposo. Eppure, al di là della sua evidente allusione alla ricchezza materiale – incarnata nella medaglia, nel gesto solenne, nei simboli di appartenenza – questo dipinto, per me, è l’emblema di una ricchezza più profonda, più segreta. È la ricchezza della giovinezza, intatta e pensosa; la ricchezza che affiora negli occhi di chi contempla e sembra, al tempo stesso, contemplato. È uno sguardo che continua a interrogare, a rispecchiare, a custodire. In quella trasparenza riconosco l’oro che si rinnova nel tempo, ogni volta che qualcuno si ferma a contemplare e si lascia raggiungere.



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