È un pomeriggio di fuoco in una torrida estate, nel silenzio assolato delle colline laziali. Una signora dal volto mite mi accoglie, offrendomi un tè freddo mentre con un gesto cortese mi indica una poltrona. Siamo sedute nel suo portico ombroso, ingombro di vita vissuta, mentre intorno un coro festoso di cani saluta la mia visita, o forse presagisce la storia che sta per dipanarsi.
L’esistenza della signora è intessuta di strappi e rinascite: il doloroso sradicamento dalla Repubblica Ceca, il lutto per i genitori, la distanza dai figli, la fine di un matrimonio, l’addio ai fedeli compagni animali. Nonostante ciò, da lei irradia una quieta dolcezza. In quei giorni, si occupa della mia cagnolina, un gesto che nasce da un affetto istintivo e profondo. Condivide la sua casa con animali senza dimora né padrone; la sua esistenza è una dedizione silenziosa a queste vite.
“I cani mi hanno salvata,” mi dice. “In che modo?” rifletto tra me. “In molti,” risponde il suo sguardo sereno. Ma lei è stata eletta, è stata scelta.
Anni addietro, mi racconta, il suo impegno quotidiano la conduceva in un luogo desolato, a portare cibo ai cani randagi.
Un pomeriggio, era china sulle ciotole, quando un lampo di un bianco incandescente ha divorato ogni colore. Prima che potesse comprendere, una frusta invisibile l’ha attraversata, un torrente d’energia che l’ha sollevata e l’ha deposta, senza peso, all’estremità di quel terreno spoglio. La folgore.
I sensi si sono ritratti, il fluire del tempo si è cristallizzato in un silenzio assoluto. È stato il respiro caldo dei cani sul suo viso, il loro affetto trepidante, a richiamarla al presente. Il cielo l’aveva toccata, eppure nessuna cicatrice, nessun segno sull’erba arida, tradiva quel contatto.
Un’illusione della mente? O l’impronta di un fato singolare?

Fin dall’alba dei tempi, lo sguardo umano levato al cielo – fonte benigna di nutrimento e araldo implacabile di distruzione – ha trovato nel fulmine l’incisione di un terrore sacro, di una meraviglia incomprensibile. Questa repentina lancia di fuoco celeste, che squarcia le tenebre con fragore assordante, è archetipo e simbolo: parla di potere divino, di cambiamento istantaneo. E per quei rari individui che ne vengono sfiorati e sopravvivono, segna un’esistenza irrevocabilmente trasfigurata. Essere “eletti” dal fulmine, toccati dalla sua folgore e restituiti alla vita, ha significato nei millenni un viaggio attraverso interpretazioni che spaziano dall’investitura divina alla condanna, dal trauma inspiegabile all’enigmatico risveglio di facoltà oltre i confini dell’umana comprensione.
Il Fulmine come oracolo
Nelle antiche civiltà, immerse in una visione del cosmo dove ogni elemento naturale era pervaso da intelligenza e volontà sovrannaturale, il fulmine era la più diretta e inequivocabile teofania.
Per i Greci, era Zeus Pater, il Tonante, a scagliare dal trono dell’Olimpo i suoi fulmini forgiati dai Ciclopi, manifestando così il suo giudizio, la sua ira incontenibile o un segno premonitore. A Roma, era Giove Ottimo Massimo, il Fulgurator, a detenere questo tremendo attributo.
Un luogo colpito dalla folgore, un fulguritum, diveniva immediatamente sacer, un termine carico di ambivalenza: sacro, quindi inviolabile e dedicato agli dei, ma anche potenzialmente maledetto, intoccabile per i profani. Tali luoghi venivano spesso recintati da un puteal (una sorta di pozzo sacro) o segnati da un bidental (un altare su cui si immolava una pecora di due anni, bidens, per placare la divinità). Gli oggetti colpiti, come alberi o pietre, diventavano reliquie cariche di potere.

Colui che era stato colpito e sopravviveva, il fulguratus, poteva essere visto come un prescelto, un intermediario che aveva intravisto l’ineffabile splendore degli dèi, o, al contrario, come un individuo segnato, contaminato da un eccesso di potere divino, da tenere a distanza.
La morte per fulmine, paradossalmente, poteva essere considerata una forma di apoteosi, un rapimento divino, come nel mito di Semele, madre di Dioniso, o di eroi come Ercole, assunto all’Olimpo tra lampi e tuoni. Figure come Esculapio, il dio della medicina, furono punite con il fulmine per aver osato sfidare l’ordine naturale resuscitando i morti.
Sacerdoti specializzati, come i fulguratores , appartenenti alla più ampia Disciplina Etrusca, interpretavano meticolosamente la direzione, il colore e il tipo di fulmine, decifrando complessi messaggi divini che potevano influenzare le decisioni politiche e militari.

Gli Etruschi, maestri nell’arte della divinazione, avevano sviluppato una complessa scienza, l‘ Ars Fulguralis. Essi dividevano il cielo in sedici settori, ognuno presieduto da una divinità specifica, e a seconda di dove il fulmine cadeva e delle sue caratteristiche, ne traevano auspici dettagliati. Il fulmine non era un evento casuale, ma un preciso linguaggio celeste.
L’Iniziazione del Fulmine
La necessità di dare un nome e un volto al potere soverchiante del fulmine si manifestò in forme diverse ma concettualmente affini attraverso innumerevoli civiltà. Se Zeus e Giove ne incarnavano il dominio nel Mediterraneo, altrettanto potenti figure ne detenevano gli attributi altrove.
Nelle saghe nordiche, ad esempio, il martello Mjöllnir di Thor era la fonte stessa di tuoni e fulmini, scudo contro i giganti e il caos, ma anche espressione di forza implacabile. Similmente, i Celti riconoscevano in Taranis, spesso adorno della ruota solare, il dio del tuono e del suo dardo incandescente. Le tradizioni slave guardavano a Perun come al supremo signore del fulmine, arbitro di guerra e giustizia.
In India, era Indra, sovrano dei Deva, a impugnare il vajra – arma indistruttibile e fulgida come il lampo – per sconfiggere le forze oscure e invocare la pioggia vivificante. E tale venerazione si estendeva globalmente: dalle figure appassionate e temute, fino alle divinità delle Americhe precolombiane, come l’azteco Tlaloc, signore della pioggia e del lampo.
Appare chiaro, quindi, come ogni cultura, pur con nomi e iconografie proprie, vedesse nel fulmine l’emanazione diretta di una volontà divina superiore, e nel suo impatto terrestre, un segno gravido di significato.
In molte tradizioni sciamaniche, dalla gelida Siberia alle foreste pluviali amazzoniche, sopravvivere a un colpo di fulmine era considerata l’iniziazione più potente e trasformatrice. Si credeva che l’individuo fosse stato “forgiato” dal fuoco celeste, subendo una morte rituale e una rinascita che lo investiva di poteri straordinari. Questa ordalia cosmica lo purificava, aprendo canali diretti con il mondo degli spiriti. Lo sciamano “risvegliato dal fulmine” acquisiva spesso la capacità di guarire, di diagnosticare malattie invisibili, di comunicare con gli antenati e gli spiriti della natura, e di viaggiare estaticamente tra i mondi. Il fulmine era il maestro più severo, quello che sceglieva i suoi discepoli attraverso una prova di fuoco e luce.
Interpretare il Fulmine: fede, ragione e rivoluzione

L’avvento e il consolidamento del Cristianesimo in Europa portarono a nuove interpretazioni del fenomeno, spesso filtrandolo attraverso la lente della lotta tra bene e male. Il fulmine poteva essere interpretato come una diretta manifestazione dell’ira di Dio contro i peccatori e le comunità devianti, o come l’opera di demoni e spiriti maligni che infestavano l’aria durante le tempeste. Per questo, il suono delle campane delle chiese, spesso benedette, era considerato un potente deterrente contro i fulmini e le forze demoniache (“[…] Fulgura frango … dissipo ventos“, “Squarcio i temporali … disperdo i venti“, era un’iscrizione comune). D’altro canto, la sopravvivenza a un fulmine poteva essere vista come un miracolo, un segno della protezione divina o dell’intercessione di santi, come Santa Barbara, patrona contro i fulmini, il fuoco e la morte improvvisa. Si narravano storie di reliquie e oggetti sacri che proteggevano dai fulmini.
L’Illuminismo

La svolta nella comprensione del fulmine avvenne nel XVIII secolo, l’Età dei Lumi, un periodo di fervente fiducia nella ragione umana e nel progresso scientifico. Fu in questo contesto che Benjamin Franklin (1706-1790), figura poliedrica di scienziato, inventore e statista americano, condusse esperimenti rivoluzionari che ne svelarono la natura.
Osservando le analogie tra le scintille prodotte in laboratorio e i fulmini atmosferici, Franklin ipotizzò che questi ultimi fossero un immenso fenomeno elettrico. Per comprovarlo, ideò esperimenti cruciali, tra cui il celebre (e rischiosissimo) volo dell’aquilone durante un temporale nel 1752, volto a raccogliere la carica elettrica dalle nubi. Questi studi dimostrarono in modo conclusivo che le nuvole temporalesche sono cariche elettricamente e il fulmine è una loro scarica.
Questa scoperta fu una pietra miliare: ricondusse il fulmine da manifestazione sovrannaturale a fenomeno naturale comprensibile. L’implicazione pratica più significativa fu l’invenzione, da parte dello stesso Franklin, del parafulmine.
Tuttavia, l’introduzione del parafulmine non fu esente da controversie. Alcuni settori, radicati in interpretazioni teologiche, videro in esso un atto di empietà, un tentativo umano di interferire con la volontà divina e di eludere un possibile castigo celeste. Questi dibattiti riflettevano la tensione dell’epoca tra il nascente pensiero scientifico e le tradizionali credenze. Il successo pratico dell’invenzione di Franklin e la crescente autorevolezza del metodo scientifico segnarono un passo decisivo verso una comprensione più completa del fulmine, che integrava la sua dimensione naturale senza per questo escludere le risonanze più profonde che esso continuava, e continua, a evocare nell’animo umano.
Le Impronte del Cielo: segni, sopravvivenze e destini alterati
Al di là delle antiche mitologie e prima che la scienza moderna tentasse di catalogarne gli effetti, l’incontro con il fulmine ha sempre lasciato un segno profondo, non solo sulla terra ma anche su coloro che, per un destino imperscrutabile, ne venivano toccati e sopravvivevano. Il folklore di ogni latitudine è ricco di racconti su queste figure “segnate dal cielo”, individui la cui esistenza veniva percepita come irrevocabilmente alterata, portatori di un’ aura di mistero e, talvolta, di doni o fardelli straordinari.
Le cronache popolari e le memorie sussurrate attraverso i secoli narrano di indelebili segni lasciati dalla folgore, non solo ferite ma affascinanti mappe impresse sulla pelle, talvolta simili a ramificazioni arboree – quelle che la medicina moderna chiamerà poi “figure di Lichtenberg”. Ma ancor più dei marchi fisici, erano le trasformazioni dell’anima e il dischiudersi di nuove facoltà a tessere la leggenda di questi sopravvissuti. Si narrava che alcuni sviluppassero una comunione profonda con gli elementi, quasi potessero “udire” il respiro delle tempeste imminenti o percepire i flussi invisibili dell’energia terrestre. Altri ancora riferivano di una lucidità mentale quasi sovrumana, o, all’opposto, di una persistente e sognante malinconia, come se una scintilla del loro essere fosse rimasta legata a un “altrove” ineffabile.
Questi racconti risuonano con sorprendente armonia in testimonianze più vicine a noi. Si parla, ad esempio, di individui che, dopo il contatto bruciante con il fulmine, vedono fiorire in sé talenti imprevisti e meravigliosi: una subitanea e divorante passione per la musica, un’innata comprensione dei numeri e delle geometrie, quasi che la scarica celeste avesse agito come una chiave, dischiudendo stanze segrete della mente. La storia del chirurgo ortopedico Dr. Tony Cicoria, trasformatosi in un appassionato pianista e compositore dopo l’incontro con la folgore nel 1994, è un celebre esempio moderno di questa misteriosa “ispirazione del fulmine”, talvolta assimilata alla Sindrome del Savant.
Altrettanto avvincenti, e ancor più sfuggenti a una facile definizione, sono le storie di una profonda espansione delle capacità percettive. Molti “toccati dal cielo” descrivono sogni premonitori di una chiarezza cristallina, intuizioni che balenano come lampi interiori, un’empatia che li fonde con il sentire altrui fino quasi al dolore. Alcuni si scoprono “canali aperti”, sensibili a presenze sottili, a messaggi – esperienze che, in diverse tradizioni sapienziali, potrebbero essere riconosciute come il risveglio di facoltà medianiche o sciamaniche.
Un filo d’oro che spesso intesse queste narrazioni di sopravvivenza – non di rado accompagnata da un temporaneo distacco dalla vita terrena – è l’Esperienza di Prossimità alla Morte (NDE). Queste immersioni in reami di luce e pace indicibile sono note per imprimere un sigillo trasformatore sull’anima, infondendo una nuova visione del mondo, un accresciuto senso del sacro e, non di rado, una più acuta sensibilità intuitiva. È lecito immaginare che il trauma del fulmine, unito alla potenza rivelatrice di una NDE, possa catalizzare un profondo e duraturo riorientamento dell’essere, un vero e proprio risveglio percettivo.
Infine, non sono rare le cronache di una sensibilità singolare ai fenomeni elettrici ed elettromagnetici, o di curiose interazioni con la tecnologia, quasi che il corpo conservasse una memoria vibrante, un’ eco di quell’incontro celeste.
Il Fulmine nell’Anima del Mondo: archetipo di rovina, rivelazione e rinascita
L’impatto del fulmine si imprime nell’anima del mondo ben oltre la sua realtà fisica, risuonando come un archetipo che attraversa culture, linguaggi e l’intimo tessuto dell’immaginario collettivo, una forza numinosa e trasformatrice che parla direttamente all’inconscio. Esso è il divino che irrompe, la verità che acceca, la distruzione che feconda. Dalle saette brandite da Zeus, sigillo di un ordine cosmico imposto con fragore, alle tele barocche dove la furia celeste sconvolge paesaggi terreni, fino alla scintilla prometeica che nella letteratura gotica anima la creatura di Frankenstein – interrogandoci sul tremendo potere della creazione e sulle sue incontrollabili conseguenze – il fulmine incarna l’istante irrevocabile, il punto di non ritorno. Anche il linguaggio quotidiano, con “idee fulminanti” o “colpi di fulmine”, attinge a questa sorgente archetipica per esprimere la rivelazione improvvisa, l’amore che travolge ogni difesa, il cambiamento radicale che precede una nuova genesi, e quella bellezza terrificante, quel mysterium tremendum et fascinans, che ci lascia sospesi tra terrore e attrazione.
Questa risonanza archetipica trova una delle sue più potenti cristallizzazioni nella sedicesima carta degli Arcani Maggiori dei Tarocchi: La Torre, o La Maison Dieu (La Casa di Dio) nelle sue forme più antiche. Qui, l’archetipo del fulmine si manifesta come l’agente di una catastrofe necessaria, un intervento che frantuma le strutture irrigidite dell’ego e le torri d’avorio delle nostre illusioni. La Torre non è solo una carta di sventura, ma un profondo simbolo del processo di individuazione, dove le false sicurezze devono crollare affinché possa emergere un Sé più autentico.
La Torre nel Rider-Waite-Smith: Il Teatro del Tremendum

Nel celebre mazzo creato da Arthur Edward Waite e illustrato da Pamela Colman Smith, la scena della Torre è un’epifania del tremendum, un dramma di severa e ineluttabile giustizia. Una torre altera, forse simbolo di strutture sclerotizzate, si erge contro un cielo plumbeo, quasi presago. La sua cima, ornata da una corona d’oro – emblema di potere terreno e di autocelebrazione – viene colpita e letteralmente decapitata da un fulmine giallo, saettante e implacabile. Questo non è un fuoco giocoso, ma un dardo di pura potenza che discende diagonalmente, carico di una forza distruttiva che non ammette repliche. L’impatto è istantaneo, la rovina immediata.
Lingue di un fuoco giallo e arancio, i colori della distruzione e della crisi, avvolgono la sommità della torre, mentre due figure umane, un uomo e una donna, precipitano a capofitto. La loro caduta è scomposta, disperata, espressione della perdita di ogni controllo. Non c’è grazia nel loro precipitare, solo il terrore della caduta nel vuoto, lo smarrimento. L’atmosfera è carica di tensione, di un silenzio rotto solo dal crepitio delle fiamme e dal fragore del crollo. È la manifestazione della potenza che annichilisce, della verità che acceca e che, per essere accolta, richiede la completa demolizione del vecchio. Qui, il divino irrompe per abbattere, per purificare attraverso lo spavento e la perdita, lasciando dietro di sé le macerie di ciò che non poteva più reggersi.
La Maison Dieu nei Tarocchi di Marsiglia: L’esplosione del Fascinans
Ben diversa è l’atmosfera che si respira osservando “LA MAISON DIEV” nei Tarocchi di Marsiglia. Qui, l’evento, pur rappresentando una rottura, si tinge delle sfumature del fascinans, di un’energia quasi festosa e liberatoria che erompe con una vitalità sorprendente. La torre sembra quasi esplodere dall’interno, scoperchiata da un’emanazione celeste vivace e multicolore. Non un fulmine tagliente, ma un flusso di energia – segmenti rossi, blu, gialli e bianchi – che discende da un sole animato, da una nuvola giocosa, quasi come coriandoli di luce.
La parte superiore della torre salta via come il tappo di una bottiglia di spumante in un giorno di festa, liberando un’ energia a lungo contenuta. Le due figure che ne fuoriescono, pur cadendo, hanno posture meno drammatiche, quasi acrobatiche o danzanti, come se partecipassero a un gioco inaspettato. Sembrano quasi tuffarsi con una sorta di gioia selvaggia. Attorno a loro, piovono piccole sfere o gocce multicolori. I colori stessi della carta – i rossi vividi, i blu intensi, i gialli solari – contribuiscono a creare un senso di dinamismo e di vitalità, una celebrazione improvvisa della libertà riconquistata
“La Casa di Dio” si apre, non tanto sotto un colpo punitivo, quanto per un eccesso di energia interna o per un influsso divino che invita alla danza e alla trasformazione giocosa. È la rottura di un guscio che permette la fuoriuscita di una vitalità esuberante. Il fascinans risiede in questa esplosione di colori e movimento, nella sorpresa di una liberazione. È la festa dello spirito, la meraviglia di una trasformazione che, pur passando per la rottura, si manifesta come un flusso di energia creativa e liberatrice.

L’aria vibra di un caldo quasi tangibile, e mi sorprendo a pensare se l’impassibilità della signora di fronte all’afa non sia il riflesso di una più antica e potente emanazione accolta in sé: quella del fulmine. Il suo volto, ora che il racconto della sua esperienza si è spento sulle labbra, conserva una quiete luminosa; i suoi occhi, un riverbero di quel fuoco. Molti accadimenti singolari, mi confida, hanno da allora punteggiato i suoi giorni: la visione del padre defunto, strani fenomeni che l’hanno attraversata come soffi di un altro mondo.
Ora riposa placida sulla sua poltrona, avvolta dalla festosa e protettiva corona dei suoi cani. Nulla sembra incrinare la sua compostezza in questa esistenza appartata, schermata dai clamori urbani, dalle febbri del quotidiano; pare abitare una dimensione sospesa, intessuta di un tempo diverso.
La osservo ancora, questa donna che la folgore ha visitato e risparmiato, eppure nessun alone di straordinarietà la circonda agli occhi del mondo. Pochi, forse nessuno, conoscono la sua storia. “Una vita strana,” la definisce lei, con un sorriso appena accennato, quasi di scusa.
A me, invece, sembra che il suo passo sia diverso dagli altri – più leggero, o forse più profondamente radicato – come se nel suo intimo vibrasse la viva certezza che l’inatteso è il vero respiro dell’esistenza. E in questa profonda, silenziosa consonanza con il mistero, mi dico, dimora forse la più autentica e inviolabile forma di elezione.



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