La semantica naturale: il progetto fotografico di Sasha

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“Vi sono anime liete, puntuali alla luce, come al fiato di marzo le margherite.”
Fernanda Romagnoli

Nel quieto respiro della pianta si cela una sapienza antica: l’arte di accogliere e preservare la luce. Lo stelo, teso verso l’alto, narra di una resistenza silenziosa; i petali che si schiudono all’alba sussurrano di fiducia e accoglienza; le foglie, nel loro tremolare al sole, cantano una gioia semplice e pura.
Così come le piante ricevono la luce, alcuni di noi scelgono di seguire la stessa via. La fotografia diventa allora una strada percorribile. Non è un caso che il termine “fotografia” derivi dal greco “phōs” (φῶς), che significa “luce”, e “graphein” (γράφειν), che significa “disegnare” o “scrivere”.

In questo atto di scrittura, il fotografo è ugualmente devoto alla luce.

Sasha sembra conoscere il fresco linguaggio delle foglie, l’acerbo crepitio dei rami, la ruvida carezza del petalo. Sceglie di scrivere con la luce, questa è una sua esigenza comunicativa: “le immagini comunicano molto contenuto in un solo ‘movimento’.”
Le sue fotografie naturalistiche evocano la maestria dei quadri rinascimentali, con i loro giochi di ombre e colori profondi. Eppure, nonostante il forte simbolismo, si ha l’impressione che siano scatti sinceri, spontanei: quelli di chi ama sedersi ai piedi di un tronco e contemplare il respiro del bosco.
Immaginiamo così Sasha, perfettamente a suo agio tra gelsi e ulivi, cresciuto in un piccolo podere, in una famiglia dedita alla produzione di olio e all’allevamento dei bachi da seta. Ci parla del sottile piacere nel raccogliere i propri frutti: “Mangiare una melagrana nella nebbia autunnale è un’esperienza romantica”.

È impossibile non cogliere la profonda poesia dei suoi scatti: il bombo posato sul rametto di gelso sembra cantarci del poeta che, attraverso lo spesso strato di licheni, riesce comunque a suggere il nettare della Bellezza. La melagrana verde, stillante rugiada, ci fa riflettere sulla potenza trasformativa della fotografia.

Il ricamo di segni che il mondo naturale tesse è senza pari, ma è possibile esprimere o raccontare aspetti della propria identità artistica richiamando l’attenzione su questi simboli? Sasha ci introduce alla sua idea di ‘semantica naturale’: “Un insieme di segni ontogeneticamente impressi nella mente, con un preciso significato adattivo”. Ci offre l’esempio della familiarità dei simboli a cinque punte – le stelle marine, le foglie d’acero, i fiori di ciliegio – e la loro connessione con il concetto di mano, fondamentale per la capacità di contare.

“Infissa così nella sabbia, in movimento apparente, la mano mi fa pensare a un organismo acquatico. Un anemone, un giglio di mare.”

Negli ultimi anni, l’esigenza espressiva di Sasha ha trovato nuova voce attraverso l’arte dell’autoritratto, un mezzo che gli consente di rivelarsi in una luce diversa, autentica e scevra da ogni falsa impressione. Tra le sue opere, spicca una serie di scatti in cui indossa una maschera.

Sasha ci narra di una suggestiva leggenda indiana, secondo la quale la tigre non osa attaccare chi la fissa negli occhi. È questa credenza che spinge i contadini a indossare maschere sulla nuca, creando un inganno protettivo. In modo analogo, nei suoi autoritratti, la maschera – nitida e a fuoco – diventa uno scudo contro le asperità che incontra, mentre il suo volto rimane sfocato, come un’essenza che si intravede ma non si lascia catturare completamente. Questo dialogo tra rivelazione e protezione, nitidezza e sfocatura, diventa una potente metafora della complessità dell’identità umana e del modo in cui scegliamo di presentarci al mondo. Attraverso questi scatti, Sasha esplora le sfumature del sé, giocando con i concetti di vulnerabilità e forza, di esposizione e riparo, in un dialogo visivo che invita a riflettere sulla propria maschera e sul proprio volto sfocato.

Gli scatti di Sasha sono finestre sui suoi interessi, tra cui spiccano l’antropologia e lo studio dei simboli nelle diverse culture. Una sua fotografia, in particolare, evoca “Il Ramo d’oro” di Frazer, pietra miliare dell’antropologia culturale. Sasha si ispira alla scoperta di Frazer riguardo la presenza di miti simili in popolazioni indigene mai entrate in contatto con la cultura greco-romana: il ramo, infatti, richiama il mito della catabasi di Enea, simbolo e chiave per la discesa e il ritorno dagli inferi.

Un’inquietudine sottile permea i suoi scatti. Forse è lo sfondo spesso scuro che turba l’occhio, preparandolo ai disegni di luce. O forse è il crudo istinto che emerge. Come afferma lui: “La fotografia non è un’arte intellettuale. È la negazione dell’intelletto, puro sentimento e immediatezza.”
L’impressione è che Sasha abbia assorbito e reinterpretato le immagini e i riferimenti che hanno incrociato il suo sguardo, trasformandoli in un linguaggio visivo originale, densamente stratificato. La sua scrittura è decisamente personale, a tal punto da consentirgli anche di reinterpretare.

Questa è il suo omaggio al primo autoritratto artistico della storia della fotografia: “Ritratto come annegato” di Bayard. Sasha riprende la cupezza dello scatto originale, ma vi inserisce un nuovo elemento, una nota di speranza: un ramo fiorito di ciliegio. 

Sasha ci conduce attraverso il suo percorso formativo, raccontando degli anni dell’adolescenza trascorsi a casa del pittore Giuseppe Rocca. È lì che si è immerso nell’universo di maestri come Caravaggio, De Chirico, Rembrandt e Vermeer. La sua passione per l’arte si estende anche ai fotografi contemporanei: Mapplethorpe, Coplans, Woodman e Man Ray sono tra i suoi più grandi ispiratori, e le loro influenze spesso si manifestano come sottili citazioni nelle sue opere.
Il linguaggio visivo che raccontano i suoi scatti ci affascina per la sua ricchezza, la sua bizzarria e la sua peculiare magia. Riflettendo sugli elementi ricorrenti nel suo lavoro, Sasha ci svela come in molti suoi scatti emerga una ‘semantica del nido’: gusci d’uovo, penne, cavità nel legno, rami secchi. “Non è volontario,” confessa, “dato che ogni foto è pensata a sé e non come parte di un progetto esteso. Scoprire un filo conduttore che unisce scatti tanto lontani è una sorpresa anche per me.”

Ciò che colpisce particolarmente è la sua capacità di fondere un approccio sperimentale con una sensibilità naturalistica che richiama fortemente le illustrazioni botaniche e le nature morte. Una serie di scatti in bianco e nero, ad esempio, incorpora piccoli oggetti in ferro provenienti da una fabbrica tedesca dove lavorava sua nonna. Sasha trasforma questi ricordi familiari in una natura morta contemporanea, creando un ponte tra memoria personale ed espressione artistica.

Quando gli chiediamo di menzionare tre opere che ama particolarmente, cita: ‘Forme uniche della continuità nello spazio’ di Boccioni, ‘Le tentazioni di Sant’Antonio’ di Salvator Rosa e ‘Saturno che divora i suoi figli’ di Goya. In queste opere troviamo risonanze del suo stile: lo sfondo cupo, l’eccentricità del progetto artistico, ma anche la sua intrinseca dinamicità. Infatti, le fotografie di Sasha raramente appaiono come semplici istantanee. Piuttosto, evocano un moto fluido che si proietta nello spazio, a volte con ordine, altre volte con caos controllato. Attraverso i suoi autoritratti, Sasha compie un autentico rituale: cattura la sua essenza in evoluzione.
Lui ci confida che la sua è “una mente di biologo, che trova nessi continui fra le ordinate categorie di cui è composta”. A questa riflessione, aggiungiamo che la sua è una vera e propria scrittura visiva, un’arte che rivela una straordinaria capacità di accogliere e preservare la luce.

Instagram: @innaturalia
Facebook: Sasha Odradek Maiuolo

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