
“Queste pagine io le dedico a coloro che le leggeranno male e a coloro ai quali non piaceranno” – così scriveva Eugène Grindel, meglio conosciuto come Paul Éluard.
Queste parole, un apparente deterrente o forse un sottile invito, introducono la sua “Poesia Ininterrotta”: un poema che plana sulle pagine, libero, intenso e potente come un flusso di coscienza.
Offrendo un’esperienza poetica che rispecchia la complessità e la fluidità del pensiero umano, quest’opera, composta nel 1946, emerge dalle ceneri ancora fumanti della Seconda Guerra Mondiale. Non si limita a trascendere il caos e l’orrore del suo tempo: li sfida apertamente, contrapponendo alla brutale logica della distruzione la forza generatrice dell’Amore. Le anafore, come battiti cardiaci ostinati, scandiscono un ritmo che ipnotizza, trascinando il lettore in un vortice emotivo dove i confini dell’identità si dissolvono.
Éluard trasforma l’intimità in un campo di battaglia poetico, dove l’unione degli amanti diventa metafora vivente di un’umanità che anela alla riconciliazione.
Il poeta intreccia sapientemente la propria voce con quelle di un uomo e di una donna, in un gioco polifonico che esprime piena reciprocità d’Amore. Questo approccio non solo arricchisce la dimensione emotiva del poema, ma sfida le convenzioni tradizionali della poesia amorosa, offrendo una prospettiva multidimensionale sull’esperienza dell’ Amore. Le voci maschile e femminile, tuttavia, si fondono e si armonizzano così perfettamente con quella del poeta da risultare un flusso unitario e indistinguibile, simboleggiando forse l’unione totale degli amanti o l’universalità del sentimento amoroso.
“Siamo due noi o sono solitario?”
“Come donna solitaria
[…]
La verità è che amavo
E la verità è che amo
Giorno per giorno l’amore”
Nella trama dell’esistenza, la solitudine si intesse come un filo d’oro, non già assenza ma presenza essenziale. È un sussurro dell’anima, un’eco di sé che riverbera nelle caverne segrete dell’essere. Questa solitudine non è un deserto sterile, ma un giardino segreto dove germogliano le radici dell’identità.
L’ Amore, in questo scenario, non scalcia i cancelli di questa fortezza interiore, è un abile giardiniere che, con pazienza e rispetto, impara a coltivare nuovi fiori accanto a quelli già sbocciati. Si muove con grazia tra i sentieri della solitudine per arricchirli di nuove fragranze e colori. Una profonda espressione dell’esistere si trova in questa fusione: essere un’isola baciata dal mare, un silenzio che accoglie la musica. È in questo spazio magico, tra solitudine e Amore, che l’essere umano trova la sua vera essenza: complessa, multiforme, eternamente in divenire.
“[…] E la prima donna estranea
Il primo uomo sconosciuto
La prima differenza
Fra esseri fraterni
La prima somiglianza
Fra esseri dissimili
La prima neve vergine
Per un bimbo nato d’estate”
Nella quiete della solitudine, l’incontro con l’alterità si presenta come una rivelazione sottile. La “prima donna estranea” e il “primo uomo sconosciuto” emergono come presenze che gentilmente ridefiniscono i contorni del mondo interiore.
Questo incontro svela la “prima differenza”, un contrasto delicato che illumina la varietà dell’esperienza umana. Eppure, in questa diversità, si scopre anche una “prima somiglianza”, un’eco di familiarità che risuona oltre le apparenti divergenze.
L’altro diventa così uno specchio inaspettato, non tanto per rifletterci, quanto per mostrarci angoli di noi stessi prima inesplorati. In questo gioco di risonanze il diverso rimanda sempre inevitabilmente a qualcosa di familiare.
Come chi, abituato a un solo paesaggio, scopre improvvisamente un nuovo orizzonte, così l’incontro con l’alterità amplia la nostra percezione del mondo e di noi stessi. È un’esperienza che, senza clamori, ridefinisce i confini del nostro essere.
In questo spazio di incontro, la solitudine si arricchisce. L’altro non invade, ma completa, offrendo nuove prospettive su ciò che credevamo di conoscere bene. È un processo di scoperta reciproca, dove ogni differenza rivela una nuova sfumatura della comune umanità.

“D’una mano composta per me
E cosa importa se sia debole
Questa mano raddoppia la mia
Per legar tutto liberare tutto
E addormentarmi e risvegliarmi”
Le mani intrecciate degli amanti possono “legare tutto”, stringersi in un vincolo profondo, ma anche “liberare tutto”, aprire possibilità prima impensabili.
È un ossimoro tattile: un legame che slega, una stretta che allenta, un nodo che diventa la soluzione. La fragile mano dell’amata si rivela una fonte di forza inaspettata: non si limita a completare quella del poeta, ma ne moltiplica e amplifica la capacità di agire e percepire il mondo. Questo contatto ha il potere quasi magico di modulare lo stato d’animo del poeta: può cullarlo in un conforto profondo, ma anche risvegliarlo a una consapevolezza più acuta dell’esistenza, stimolando nuove emozioni e intuizioni.
“Ma ancora un poco si dovrà la nostra
Vista chiara adattare alle notti inumane
Di chi non ha trovato la vita sulla terra
Per salvarli bisogna distinguerne il destino”
Il poeta ci presenta un imperativo morale ed esistenziale di profonda risonanza: opporsi all’indifferenza verso le tenebre che permeano il mondo. La sua acuta consapevolezza, quella “vista chiara” di cui parla, deve adattarsi con delicatezza e determinazione “alle notti inumane” che avvolgono le vittime degli orrori della guerra. Questo processo di adattamento è un atto di coraggio e compassione.
Il cuore pulsante di questo messaggio risiede nella necessità di “salvarli”, un compito che trascende la mera assistenza fisica o materiale. Per realizzare questa salvezza, il poeta ci esorta a “distinguerne il destino”: un invito a riconoscere l’unicità e l’umanità intrinseca di ogni individuo coinvolto nel tumulto della sofferenza. Questo atto di distinzione implica uno sforzo cosciente di differenziare le storie personali, i percorsi di vita e le esperienze individuali che si celano dietro il velo dell’anonimato della tragedia collettiva.

“Poesia Ininterrotta” si eleva oltre i confini della mera composizione letteraria, assumendo i contorni di un incantesimo potente e trasformativo. Le ripetizioni che ritmano i versi non sono semplici artifici stilistici, ma si manifestano come formule magiche che mirano a preservare e alimentare la verdeggiante, inestinguibile luce interiore.
Questa litania poetica sgorga dalle profondità del cuore e si eleva, trascendendo i limiti della realtà tangibile, configurandosi come un contro-incantesimo benefico.
Il rituale poetico a cui siamo chiamati non promette redenzione o facili consolazioni. Piuttosto, ci spinge ai margini del dicibile, dove il linguaggio stesso deve reinventarsi per dare voce all’indicibile. In questo spazio liminale, la poesia non illumina semplicemente le tenebre: le sfida, le interroga, ne esplora i contorni per cartografare nuove possibilità di esistenza e resistenza.
“Noi due noi vivi solo per essere fedeli
Alla vita”
Il bisbiglio degli amanti che si riscoprono vivi l’uno per l’altra. Vivi nel buio, tra le foglie cadute. La fedeltà all’Amore diventa fedeltà alla Vita, alla Bellezza, alla Libertà.



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