
“Era notte, di Luglio; e dalla grande luna piena che, come la tua anima, ricercava, elevandosi, un suo erto sentiero per l’arco del cielo, piovve un serico argenteo velo di luce, con sé recando requie, grave afa e sopore, sui sollevati visi d’almeno mille rose che s’affollavano in un incantato giardino, che nessun vento – se non in punta di piedi – osava agitare.”
(“Elena”, Edgar Allan Poe)
Il principio femminile: la Donna – Luna
Mutevole eppure certa, pallida ma risplendente di luce: la Luna, avvolta nei suoi veli argentei è la Musa e la depositaria eletta dei sogni e delle emozioni degli uomini.

Nel corso delle ere, la Luna ha trovato un posto fisso nell’immaginario collettivo poetico e letterario, come potente simbolo e metafora, complice silenziosa delle passioni umane o specchio delle insondabili inquietudini dell’anima.
Nelle sue fasi cicliche e nella sua energia fluida, la Luna incarna la dimensione femminile dell’Universo, risvegliando in ogni essere umano – uomo o donna – quella parte legata alla custodia e alla germinazione della vita.
Come un’antica sacerdotessa riesce a connetterci con quell’essenza femminile che protegge la vulnerabilità dei nostri sentimenti più profondi.
La Donna-Luna evoca il principio femminile della creazione, il grembo oscuro e fecondo da cui genera ogni vita. Non a caso, le fasi lunari sono affiliate al ciclo mestruale della donna, in una sorta di “sorellanza cosmica”.
Questo legame misterioso con il femminile si riflette nell’utilizzo della Luna come simbolo della sensibilità, dell’interiorità e delle emozioni: tutti regni governati dall’elemento Luna nella psiche umana.
Nella letteratura: nostalgia, memoria e Bellezza
Nella letteratura comunica in modo viscerale con il cuore dei personaggi, amplificandone sentimenti e turbamenti. Nelle opere romantiche, in particolare, il paesaggio lunare crea l’atmosfera adatta agli slanci passionali e alla malinconia d’amore.
La luce flebile e ambigua del satellite stimola la parte più irrazionale e visionaria della mente umana. Ecco perché la Luna diventa spesso un pretesto narrativo per introdurre atmosfere oniriche e inquietanti: luccica sullo sfondo di racconti fantastici o horror, oppure guida il lettore nei labirinti della follia, come nelle opere di E.A. Poe.
La malinconia notturna è un’ulteriore suggestione evocata da essa. Fin dall’antichità gli uomini hanno visto nella sua luce obliqua uno specchio della nostalgia e del tormento interiore. Le opere più meditabonde di autori come Leopardi o Keats sono, non a caso, ambientate sotto i raggi lunari. Solitaria e fredda, la Luna porta con sé tutta la desolazione del cosmo, inducendo l’artista a confrontarsi con l’infinito e l’effimero.
Con il suo moto perpetuo attorno alla Terra, scandito dalle fasi cicliche, la Luna è allegoria dello scorrere inesorabile delle età dell’uomo. Al contempo, nella sua apparente immutabilità, conserva la memoria del passato e la nostalgia di un Eden originario e irrecuperabile.
“Pronuncio il tuo nome
nelle notti scure,
quando sorgono gli astri
per bere dalla luna
e dormono le frasche
delle macchie occulte.
[…]
Se la nebbia svanisce,
quale nuova passione mi attende?
Sarà tranquilla e pura?
Potessero le mie mani
sfogliare la luna!”
(“Potessero le mie mani sfogliare la luna”, Federico Garcia Lorca)
L’io lirico si rivolge direttamente alla Luna, quasi fosse una persona, un’interlocutrice silenziosa con cui confidarsi nel buio della notte che lei stessa abita. La Luna diventa confidente, specchio dell’anima e delle sue emozioni più segrete, quasi il Poeta volesse “sfogliarla” per leggervi dentro i segreti del futuro.
Questo avviene grazie alla capacità della Luna di amplificare la dimensione sognante e visionaria della Poesia, è complice di quell’epifania della Bellezza che si imprime come un marchio incandescente nello spirito del Poeta. Emana un potere quasi magico e divinatorio, capace di svelare verità recondite.

La Luna nel Decadentismo
Una delle declinazioni più originali del tema lunare nell’arte si ritrova nella letteratura tardo-ottocentesca, in particolare nella corrente estetica decadente. Qui la Luna acquista connotati del tutto nuovi, diventando musa e simbolo elettivo di questa sensibilità letteraria crepuscolare.
Gli scrittori decadenti ritrovano nella regina della notte l’emblema di una bellezza rarefatta e malinconica, dai contorni indefiniti e sfuggenti.
“O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!”
(“O falce di luna calante”, Gabriele D’Annunzio)
La Luna, come fosse una mietitrice silenziosa, con la sua luce quieta, pare stimolare il proliferare onirico di una mèsse di sogni, un gran campo di visioni interiori che ondeggiano mollemente, cullate da quel chiarore notturno.
“Dov’era la luna ? Ché il cielo
notava in un’alba di perla ,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.”
(“L’assiuolo”, Giovanni Pascoli)
“Dov’era la Luna?”, si chiede il Poeta in un vero e proprio grido del cuore.
Senza il suo chiarore lattiginoso a confondere i contorni del reale, quanti sogni andrebbero perduti? Quante visioni e chimere notturne non troverebbero più dimora? Il velo argenteo che ammanta paesaggi e stati d’animo, dissolvendosi, lascerebbe il campo alla nuda realtà, precludendo lo slancio dell’immaginazione verso l’oltre e l’altrove.
E così pure, senza lo stimolo e il filtro lunare, quante immagini di Bellezza non potrebbero più emergere dal buio alla coscienza del Poeta? La stessa malinconia perderebbe i suoi riverberi romantici per ridursi a mera elegia del tempo che fugge.
La Luna nella mitologia greca

Selene, 1880 – Albert Aublet
Magnifico e instancabile satellite che guida e ispira il genere umano fin dalla nostra apparizione sulla Terra, la Luna ci assiste nelle notti più lunghe e più buie. Per restituirle il favore, noi tentiamo da sempre di renderla musa e protagonista di innumerevoli miti e leggende. Splende tra tutti il tentativo greco, che personifica la Luna nell’eterea Selene, titanide sorella di Elio (il Sole) ed Eos (l’Aurora). Quando ancora la nostra ambizione non ci aveva condotto a metter piede sulla roccia celeste, sapevamo che la Luna ruota attorno alla terra, e che i suoi movimenti sono suddivisi in otto fasi: ma come spiegarne le origini, e il fascino?
Per gli antichi greci, la dea Selene governava il suo calesse nel cielo notturno, guidato da cavalli candidi come la neve, lasciandosi alle spalle una scia di brillante polvere argentea. Nonostante altre figure fossero associate alla Luna (come Ecate e Artemide), solo Selene ne era la personificazione assoluta, e per questo non aveva bisogno di templi. Il suo tempio era il cielo notturno, e ai suoi devoti erano sufficienti una preghiera con il naso rivolto all’insù, un inno sussurrato all’oscurità, un’offerta alla notte, per poterla scorgere ed essere soccorsi. Nella sua versione umana, Selene è descritta come una donna dalla pelle che brilla di una luce argentea, lunghi capelli solitamente neri e una mezzaluna indossata come corona (nella stessa posizione di quella rappresentata sulle fronti delle sacerdotesse di Avalon). In alcune versioni, tiene una torcia con la mano destra e magnetiche ali dorate spuntano dalla sua schiena.
Il sonno e l’amore eterni di Endimione

Selene and Endymion – Albert Aublet
La presenza dell’Occhio della notte (come definita da Eschilo), è spesso considerata faro di atmosfere romantiche, ormai associata nell’immaginario collettivo a circostanze che incorniciano sentimenti d’amore. Questo è forse il risultato di uno dei più celebri miti che la vedono protagonista, ovvero quello del giovane Endimione. Diverse versioni del racconto collidono tra loro, ma tutte concordano che il pastore mortale Endimione fosse un uomo bellissimo, di cui Selene si innamorò perdutamente. Nella versione che preferisco, i due intrecciano una storia tanto intensa quanto resa impossibile dal tempo e dalla mortalità del giovane. Dopo molti felici e spensierati anni insieme, e dopo aver generato ben cinquanta figlie, i due vengono raggiunti dall’angosciante realizzazione che la morte li avrebbe prima o poi separati. Decidono dunque di chiedere a Zeus il sonno eterno per Endimione, in modo che la sua amata possa andarlo a trovare ogni notte all’interno di un’immutabile grotta, per il resto dei tempi. In altre versioni, meno poetiche, il sonno del pastore non è nient’altro che un capriccio della dea, che vedendo il mortale addormentato e volendo che la sua bellezza non fosse scalfita dal tempo, pregò Zeus di donargli un sonno perpetuo per poterlo ammirare eternamente. Ciò in cui le versioni concordano, è l’attribuzione a Selene di doti positive: al contrario di altri dei è sempre benevola, riservata e definita negli inni orfici come “nemica della guerra”.
Selene è anche membro della triade delle dee lunari. Infatti, per quanto sia l’incarnazione celeste della Luna piena, e dunque la più importante in relazione all’astro, è alternata dalle incarnazioni Ecate (luna calante, sotterranea) e Artemide (luna crescente, terrestre). È per questa ragione che anche Ecate e Artemide vengono spesso rappresentate con una luna crescente rovesciata sul capo.

Diana the Huntress, Guillaume Seignac
Al contrario di Selene, Artemide è casta, in quanto una relazione sentimentale o carnale sarebbe una distrazione e minerebbe, secondo il mito, l’integrità di ciò che la dea rappresenta: l’indipendenza femminile e l’inarrestabile perseguimento di un obiettivo. Il legame di Diana (così chiamata dai romani) con la Luna è collegato al suo essere protettrice delle partorienti e delle fanciulle, in quanto si pensava la Luna rappresentasse l’energia femminile. Nei boschi selvaggi e inospitali da lei abitati, era inoltre assistita da diverse Nereidi (ninfe del mare), in riferimento all’influenza della Luna sulle maree.
La Luna governa da sempre il cielo notturno con la sua bellezza sovrastante, e le sue sfaccettature si prestano a una simbologia complessa: la speranza dei nuovi inizi, mutamento, fecondità, ma anche segreto e mistero. I miti che la raccontano liberano l’inesauribile energia spirituale e creativa da lei propagata, e ci ricordano che nella notte ci sarà sempre un’argentea accoglienza per i figli della Luna.
“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
[…]
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale? “
(“Canto Notturno di un Pastore errante dell’Asia“, Giacomo Leopardi)
Le autrici di “Moon Harvest“

Vi lasciamo ora alle parole dei presentatori del podcast sulla filosofia “Ma che Kant“, che potete ascoltare su Spotify.
Bimbi e bimbe di ogni età, noi siamo Darth Vovova & Mister, meglio conosciuti come i “Ma che Kant” ed oggi vi presenteremo il Mito di Santippe.
Durante le nostre ricerche, ci siamo imbattuti in un manoscritto di Eurialo di Finziade, presumibilmente un mercante di spezie d’epoca romana. Di lui ci ha colpito la trascrizione di una conversazione avuta con un certo Menachide, che gli narrò di Santippe. Santippe era un giovane pastore che, per salvare una delle sue pecore, si ritrovò con una gamba rotta all’interno di una grotta. Una fessura del soffitto gli permetteva di ammirare la luna, la quale gli portò conforto una volta giunta la notte. Durante la contemplazione, ad egli parve di sentir risa e schiamazzi, che di fatto provenivano dalle genti della luna, che Luciano di Samosata chiamò Seleniti. I Seleniti, sudditi del Regno di Endimione, lo deridevano per la sua sorte, vedendolo giacere nel pozzo che era visibile fin da lassù nel loro regno. Selene si impietosì del povero giovane, ed adirandosi con gli abitanti delle sue terre, li condannò a muover per sempre guerra ai Febiti, abitanti del Sole, in quella che diverrà una guerra senza tempo.
Questa storia ci ha intrisi di un’inebriante coscienza, mossa anche dall’ausilio del nostro ardire storico-filosofico, cui ha seguito subito la manichea consapevolezza di questo mito.
Il vuoto che ne consegue (quello che per Giordano Bruno non esiste), sembra colmato da questa grotta che collega il disperato Santippe alla benevola Selene. A dividere i due, le innumerevoli beffe dei sudditi riversate sullo sfortunato giovane. In questo modo riusciamo a capire, anche senza audacia filosofica, come si viene a creare un profondo legame fra la mistica devozione di Santippe alla luna e il malevolo ditirambico riso che si cela dall’altra parte del pozzo. La luna, diventata la sua unica prova di vita, pur rimanendo l’eterna compagna irraggiungibile di quell’interminabile notte, che accompagna Santippe come sua unica risorsa. In tale modo il giovane pastore rimane rapito dalla Maieutica (metodo socratico che prevede il dialogo come via per la luce della verità), e inizia così a bramare la Luna, suo unico barlume di speranza. Questo suo desiderio cresce al punto, che lei, o meglio, la Metafisica Antropomorfizzazione di lei (Selene), decide di aiutarlo, donandogli la beatitudine. Ironicamente i Seleniti, relegati alla terra del cielo, invidiando quella libertà di movimento, di sollazzo, impossibili da raggiungere tra i confini di una nuvola. I Seleniti sembrano tuttavia incapaci di accettare che ciò che desiderano è la stessa libertà che ha portato il terrestre a soffrire recluso in una grotta, con una gamba rotta.
La loro invidia si fa tale che lo scherno diventa la loro unica arma, in grado sia di portare ulteriore sofferenza al povero Santippe che di alleviare la loro. Volendo essere franchi, in questa piccola e non molto dolce storia, v’è tanta ispirazione ma altrettanta sofferenza. Forse da quella sofferenza scappava il Barone di Münchausen, tagliando e rilegando la corda con la quale discende dalla luna, continuo archetipo metafisico di un imbrunire del pensiero. O forse siamo noi, cittadini del XXI secolo, che dopo essere stati in grado di costruire certi miti, abbiamo perso la capacità di cogliere l’aspetto particolare e poetico della luna, porzione metafisica di un cosmo assai più grande, che spesso e volentieri abbiamo scartato in volontà e sostanza, ripudiandola e relegandola a semplice barlume confortevole, in notti passate senza l’ausilio di Hypnos.
Il 20 luglio 1969 abbiamo per la prima volta messo piede lì non trovandovi nulla, e forse da questo, siamo partiti per altri lidi più lontani.
Vi ricordiamo che potrete trovarci, se mai lo vogliate, su tutti i canali social, un saluto a tutti quanti.
Gli autori di “Ma che Kant“



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