Gotico Veneziano: il volto decadente della Laguna

Published by

on

“Venezia è la città degli specchi, la città dei miraggi, insieme solida e liquida, insieme aria e pietra”

 Erica Jon

Vago senza meta tra calli e campielli, dove a tratti realtà e riverbero si confondono in un intrico di architetture. Scenari mutevoli si aprono e chiudono, moltiplicandosi all’infinito in uno specchio d’acqua tremolante. 
Dove finisce la Venezia autentica e dove comincia quella evocata dalla mia mente?
L’unico appiglio in questo gioco di rimandi sembrano essere i suoni: il tonfo cadenzato dei remi, una voce remota, il verso stridulo di un gabbiano.
Una malinconica barcarola risuona. Con fare dimesso il vecchio gondoliere accompagna la strofa con misurati tocchi del remo sul fianco della consumata imbarcazione. Ad ogni ritmico battito fa eco un lugubre tintinnio, come un lamento diffuso nell’aria.
“È il lamento di un cristallo infranto” mormora, assestando un altro colpo cadenzato. “È il pianto di un uomo che sfidò le fiamme divine: è la storia del mastro vetraio”.
Improvvisi bagliori, come metallo fuso, guizzano qua e là per poi dileguarsi. Oro e smeraldo, ambra e porpora.
Cedo al richiamo e m’inoltro nei vicoli, seguendo i riverberi multiformi. Ogni bivio, ogni ponte, ogni calle è suggerito da fugaci bagliori.
Infine i riflessi mi conducono in una corte nascosta. Un luogo isolato anche dalle acque. I rintocchi lontani del mezzogiorno non giungono qui, dove sembra non sorgere mai il sole.
Poi, nell’oscurità, due punti ardenti. Braci riaccese dopo molto tempo… forse gli occhi di qualcuno.
Una figura si staglia davanti a me, mani congiunte in eterna preghiera sul petto. Intravedo uno strofinaccio annerito annodato ai fianchi, vesti logore bruciacchiate.
Ultime scintille baluginano tra le dita nodose, residuo di una vita trascorsa a plasmare la luce. Poi lo vedo svanire, con l’ultimo bagliore purpureo del crepuscolo.
L’eco del suo sogno mirabile è ancora viva. Io posso tramandarne il ricordo.

Navigheremo nella laguna all’alba, sullo sfondo le isole si nascondono e si mostrano a loro piacimento. Il silenzio sarà rotto solo dal dolce sciabordio dell’acqua.

Splendore vivo: la Serenissima

Fluttuante tra i riflessi della laguna, avvolta nelle brume del mattino, Venezia appare come un miraggio, una visione onirica nata dalle acque. Quando navighi tra i suoi canali, ti ritrovi in una dimensione sospesa. Gli intricati rii serpeggiano tra calli e campielli, creando scorci e prospettive sempre nuove. Ogni ponte, ogni palazzo sembra materializzarsi all’improvviso davanti ai tuoi occhi per poi svanire alla curva successiva.
Eppure, la Serenissima è anche una città dalla storia concreta e affascinante.
Nacque dal bisogno di sfuggire alle invasioni barbariche, quando fuggiaschi dalle città della terraferma trovarono rifugio tra le isole della laguna veneta.
In origine queste isole erano sparpagliate tra paludi e acque salmastre, ognuna con un proprio dialetto e tradizioni. 
C’era il centro di Torcello a nord, Rivoalto che dominava le rotte commerciali, le piccole comunità di pescatori di Burano, Murano e Chioggia. Poi, intorno all’VIII secolo, sorse Venezia quando il doge Angelerio unì alcune di queste isole per creare un unico centro abitato.
La nuova città crebbe rapidamente, assorbendo e assimilando gli altri insediamenti.
La sua posizione naturale al centro della laguna e il controllo degli accessi dal mare la resero una protagonista indiscussa. Presto Venezia superò le sorelle isole per ricchezza e importanza, grazie anche alla sua vocazione marinara. I cantieri navali di Arsenale, cuore pulsante sulle acque, produssero navi e commerci che fecero la fortuna della Serenissima.

Oggi navigando tra Burano e Murano si respira ancora l’antica autonomia di queste comunità, custodi di tradizioni secolari. Eppure il dominio di Venezia resta indiscusso, con il tripudio di cupole e campanili che emergono maestosi dalle acque.
Ma non c’è solo la vocazione marinara e mercantile nel DNA della Serenissima. Si respira anche la grandezza di una Repubblica orgogliosa e all’apice del suo splendore. Basti passeggiare per Piazza San Marco, celebre in tutto il mondo, dominata dalla maestosa Basilica con le sue cupole bizantine, capolavoro unico che racchiude oltre novecento anni di storia, arte e fede.

Basilica di San Marco

Di fronte ad essa sorge il Palazzo Ducale, sontuosa dimora dogale e centro politico della Repubblica. La sua architettura gotica racconta di un potere antico e imponente. Si narra che all’interno delle sue mura si svolgessero i più oscuri intrighi di Stato: il Ponte dei Sospiri collegava infatti le prigioni agli uffici dei tribunali, dove i condannati a morte lanciavano il loro ultimo sguardo alla città.

Ponte dei Sospiri

Questi luoghi sono la testimonianza concreta di una storia fatta di conquiste navali, trionfi militari, commerci fiorenti ma anche di trame e congiure. Una potenza politica tanto splendente quanto spietata, che fece di Venezia per secoli una delle capitali più temute e rispettate al mondo.

Ma oltre la potenza e la magnificenza, cosa si cela nell’animo più autentico della Serenissima? Venezia di sera, rischiarata dai riflessi tremolanti dei lampioni, sembra ammaliata da venature dorate che serpeggiano sulla superficie delle acque come filamenti d’ombra.
Esistono luoghi a Venezia che acquistano fascino solo al calar delle tenebre, almeno nell’immaginario, e il Palazzo Ca’ Dario è uno di questi.

Palazzo Ca’ Dario

Rimasta affascinata dalle misteriose atmosfere del film “Assassinio a Venezia”, non vedevo l’ora di scoprire dal vivo il suggestivo palazzo che fa da sfondo alla pellicola. Grande è stata la mia sorpresa quando ho realizzato che in realtà quel set era stato costruito ex novo negli studios londinesi.
Incuriosita, mi sono messa alla ricerca di una storia simile. Ed è stato come sollevare il velo su una Venezia segreta, scoprendo un’antica leggenda che ben si presterebbe a trame cinematografiche.

“Inclinata come una cortigiana decrepita sotto la pompa dei suoi monili”

Queste le parole di D’annunzio per descrivere il palazzo nel romanzo “il fuoco”. Il fascino della struttura nel sestiere di Dorsoduro, infatti, non mancò di attirare le attenzioni di numerosi artisti, primo fra tutti Monet che la ritrasse in numerose e diverse condizioni di luce.

Palazzo Dario (Venice), Claude Monet, 1908

Le origini di Palazzo Dario risalgono al tardo Medioevo, quando il facoltoso mercante Giovanni Dario decise di edificare una magnifica dimora sul Canal Grande. Voleva fosse la dote nuziale della figlia Marietta, promessa in sposa a Vincenzo Barbaro, rampollo di una casata nobiliare in ascesa.
Nonostante il trascorrere dei secoli e i numerosi passaggi di proprietà, l’edificio ha conservato intatte le sue caratteristiche architettoniche originarie, regalando ai veneziani uno scorcio di perfetto gotico fiorito.
Costruito interamente in pietra d’Istria, continua ad attrarre per la raffinatezza delle sue linee architettoniche. L’edificio si distingue per la snellezza e l’aspetto slanciato della facciata, che si affaccia sulle acque del Canal Grande con eleganza. La struttura risente di un lieve ma suggestivo pendio laterale, dovuto probabilmente ad un cedimento del terreno di fondazione. Ciò contribuisce al fascino sospeso della Ca’ Dario, quasi stesse per staccarsi dagli ormeggi per veleggiare verso lidi ignoti.

Foto del palazzo Ca’ Dario, 1860

Tornando alla storia del palazzo, con il matrimonio, la proprietà passò in mano alla famiglia Barbaro. Subito dopo le nozze il patrimonio di Vincenzo andò in fumo per alcuni investimenti avventati.
In preda alla disperazione, l’uomo si diede ad eccessi e frequentazioni losche, finendo accoltellato durante una rissa.
Marietta, sotto shock per l’accaduto, si tolse la vita gettandosi da una delle alte finestre della dimora. Anche il figlio primogenito della coppia, poco tempo dopo, morì giovanissimo in Grecia per cause non chiare. Così Ca’Dario passò agli eredi Barbaro, che tuttavia continuarono ad essere bersagliati da sciagure di varia natura.
Solamente a inizio Ottocento, l’ultimo discendente della casata decise di liberarsi della dimora ormai perseguitata da eventi luttuosi.
A comprarla fu il facoltoso mercante armeno Arbit Abdoll, probabilmente attratto dal fascino tetro che avvolgeva Ca’Dario. Senza badare alle voci su eventi inspiegabili, sborsò una piccola fortuna pur di fare sua quella splendida dimora gotica. Neppure il tempo di trasferirsi che il destino già iniziò a perseguitarlo: una serie di investimenti avventati prosciugò le sue ricchezze nel giro di pochi anni.
Ridotto sul lastrico, Abdoll fu costretto a svendere il palazzo all’inglese Rawdon Brown per 480 sterline. Costui a sua volta, poco dopo il trasferimento, iniziò a dare segni di squilibrio mentale, rinchiudendosi sempre più spesso nelle stanze della Ca’ Dario. Morì in solitudine e povertà dopo aver scialacquato l’intero patrimonio di famiglia.

Palazzo Ca’ Dario oggi

Ancora una volta il palazzo finì sul mercato, venendo acquistato nel 1896 dalla ricca contessa Isabelle de La Baume-Pluvine, che decise di farlo restaurare completamente. Vi ospitò quindi il poeta francese Henri de Régnier, il quale però contrasse ben presto una terribile malattia che lo costrinse ad abbandonare Venezia.
In seguito, nel dopoguerra, Ca’ Dario venne acquistato da Charles Briggs, facoltoso imprenditore americano. Ma anche Briggs dovette presto lasciare la città, costretto a rifugiarsi in Messico a causa di voci insistenti sulle sue losche frequentazioni.
Anche negli anni successivi, la sinistra fama di Ca’ Dario continuò ad attirare personaggi dalla vita travagliata e dal destino avverso.
Nel 1970 il palazzo passò nelle mani del conte Filippo Giordano delle Lanze, aristocratico torinese. Ma il suo soggiorno durò poco: il conte venne infatti assassinato tra quelle mura da un marinaio croato, che tuttavia riuscì a fuggire solo per poi essere ucciso a sua volta subito dopo.

Articolo di giornale sulla morte del conte Filippo Giordano delle Lanze

In seguito Ca’ Dario fu acquistato da Christopher “Kit” Lambert, manager del celebre gruppo rock The Who. Lambert cadde vittima degli eccessi e delle dipendenze che spesso affliggono il mondo dello spettacolo. La sua crescente assuefazione alle droghe destabilizzò il sodalizio con la band e alla fine causò il suo arresto per detenzione di stupefacenti. Ne seguì un tracollo economico e professionale.
Nel 2002 il celebre gruppo rock The Who tornò ad essere protagonista di questa lugubre storia. Il bassista John Entwistle, dopo aver affittato il palazzo per una vacanza di una settimana a Venezia, morì stroncato da un infarto tra quelle mura.
Prima della sua morte, l’ex manager della band Kit Lambert era riuscito a vendere Ca’ Dario al veneziano Fabrizio Ferrari. Questi vi si trasferì con la sorella Nicoletta, ma neanche lei sfuggì alla morte, morendo in un misterioso incidente d’auto senza testimoni. Lo stesso Ferrari subì un tracollo finanziario e venne arrestato con l’accusa di aggressione.
In seguito il palazzo passò nelle mani di Raul Gardini, finanziere italiano travolto dallo scandalo di Tangentopoli, che si suicidò nel 1993. Dopo la sua morte, Ca’ Dario divenne invendibile nonostante l’interesse del celebre regista Woody Allen, che alla fine desistette dall’acquisto.
Nel 2006 il palazzo venne infine ceduto ad un anonimo compratore, rappresentato da una società americana che tuttora ne detiene la proprietà.
Nel corso dei secoli sono state formulate numerose teorie sulle possibili cause delle sciagure che si sono abbattute sul palazzo. Molti studiosi del paranormale sostengono con convinzione che la causa risieda nell’energia negativa associata all’acqua su cui poggia la casa. Secondo alcuni inoltre, l’iscrizione posta sulla facciata, “VRBIS GENIO IOANNES DARIVS“, contiene essa stessa una terribile maledizione. Anagrammando le lettere, infatti, se ne ricava la frase latina “SVB RVINA INSIDIOSA GENERO“, che significa “Io genero insidiose rovine sotto questo tetto”, ovvero una minaccia a chi abita la casa.
Verità o finzione, Venezia come sempre ammanta di mistero le sue leggende.
Eppure, nonostante la sua aura malinconica, lo spettacolo di Ca’ Dario che si affaccia sul Canal Grande incanta con la sua bellezza senza tempo, avvolto in un’atmosfera decadente che si dipana dolcemente attraverso le diverse ore del giorno.

Morte a Venezia: L’Isola di San Michele


Là dove la laguna si fa più intricata, la nebbia avvolge ogni cosa in un abbraccio silenzioso, quasi a segnare il confine tra due regni. Da una parte, lo sfarzo Veneziano di calli e campielli, la magnificenza dei palazzi, il via vai incessante di gondole. Dall’altra, la quiete irreale dell’Isola di San Michele, il cui profilo gotico emerge dalla foschia come un miraggio.

L’Isola di San Michele

La storia dell’Isola di San Michele ha inizio nel X secolo, quando le famiglie Briosa e Brustolana fecero costruire una chiesa dedicata all’arcangelo Michele. In passato chiamata anche Cavana de Muran poiché utilizzata come ricovero per le imbarcazioni dell’isola di Murano, secondo la leggenda qui si recò anche il fondatore dei Camaldolesi, San Romualdo.
Nel 1212 i vescovi di Torcello e San Pietro in Castello concessero la chiesa e l’isolotto all’ordine dei Camaldolesi, che vi edificarono anche un monastero. Nella seconda metà del Quattrocento, l’incarico di ricostruire l’intero complesso fu affidato all’architetto Mauro Codussi, che tra il 1469 e il 1479 edificò quella che è considerata la prima chiesa in stile rinascimentale di Venezia.
Nei secoli successivi sorsero anche il chiostro grande, la foresteria, la cappella Emiliani e la cavana.

Chiostro grande

Napoleone emanò nel 1804 l’editto di Saint-Cloud, spingendo Venezia a scegliere nel 1807 l’isola di San Cristoforo della Pace per il luogo di sepoltura, seguendo le nuove norme igieniche. Il monastero preesistente venne demolito per fare spazio al cimitero progettato da Gianantonio Selva, noto architetto neoclassico veneziano. Nonostante l’ulteriore impegno dei frati Agostiniani nella gestione del camposanto nel 1813, le semplificazioni apportate al progetto di Selva ne minarono l’estetica, rendendolo poco gradito. L’esaurimento dello spazio disponibile portò, in seguito, alla scelta dell’isola di San Michele, già sede di un monastero camaldolese, acquisita dalla Municipalità di Venezia nel 1810 dopo la soppressione degli enti ecclesiastici.
Nel 1826 ebbero inizio le prime inumazioni a San Michele. Successivamente, nel 1843, con la fusione delle due isole, si decise di indire un concorso per unificare stilisticamente l’intero complesso.

Funerale di Igor Stravinsky, 1971

Immerso nell’abbraccio liquido della laguna, il cimitero richiama l’impiego di imbarcazioni destinate al solenne trasporto delle salme. In epoche passate, gondole eleganti, alcune sfoggianti ornamenti sontuosi, accompagnavano con riverenza il viaggio finale dei defunti.
Sull’isola di San Michele, un mosaico di fedi s’intreccia nel silenzio eterno. Qui si manifesta un’armoniosa integrazione di diverse religioni. Le tre aree in cui il cimitero è suddiviso (cattolica, ortodossa ed evangelica) sottolineano la ricca diversità che, anche in questo contesto, caratterizza la Venezia immortale.
Numerosi personaggi illustri hanno eletto a loro eterna dimora il cimitero di San Michele.
Fra questi, il compositore Igor Stravinskij, l’artista Emilio Vedova e lo scrittore Ezra Pound.

L’ala evangelica, a mio personale gusto, si distingue per un fascino particolare: lunghe file di croci in pietra affondano tra l’erba, come vele di navi alla deriva.
Statue consumate dal tempo e dalle intemperie, ammantate di muschio, vegliano su antiche tombe ornate di fiori appassiti.
I volti degli angeli scolpiti, custodi di questo regno di quiete, sono corrosi da lacrime versate da secoli di piogge e tramonti.

Loro, alati tra le onde della laguna, sembrano prigionieri avvolti dalla veglia, eppure la statuaria presenza si armonizza con la musica silenziosa del riposo.
L’isola di San Michele si rivela un suggestivo scorcio malinconico, incarnando con perfezione lo spirito romantico della città. E così Venezia, anche nell’ultimo respiro, si affida alle sue acque per riposare.

Idillio: Torcello

Sono le quattro del pomeriggio e il sole, in procinto di tramontare, getta una luce dorata sulla laguna di Burano, dove quasi nessuno s’imbarca in direzione di Torcello. L’assenza di persone è compensata dalla radiante, invadente presenza del sole nel momento culminante del suo splendore, durante il quale sembra attraversare la sua stessa morte.
La laguna risplende come oro fuso. Il cielo è vivo di colore.
Con queste sensazioni arrivo a Torcello, pittoresca isoletta abitata da appena 12 persone. Apparentemente deserta, brilla come il più prezioso gioiello: una piccola spilla di bellezza incastonata in un cammeo bucolico.

Istantaneamente conquistata, mi trovo ad amare Torcello senza riserve, e m’interrogo sull’insolita scarsità di visitatori. La risposta a questa domanda si svela nella storia dell’isola.
Oggi infatti, Torcello è un’ isola di orti e vigne, rappresentando un ritratto silenzioso della sua grandiosa storia, ma circa 1500 anni fa, fu il luogo di nascita della civiltà veneziana.

Nel 638, di fronte alla minaccia delle orde barbariche, il vescovo cattolico di Altino prese una decisione fondamentale: trasferire la sua comunità a Torcello, dando vita al primo grande insediamento nella laguna veneta. L’isola raggiunse l’apice del suo splendore tra il VII e il X secolo, ospitando una fiorente popolazione di 20.000 abitanti grazie al prosperare del commercio.
Tuttavia, nel corso dei secoli successivi, l’importanza di Torcello si dissolse gradualmente ma inesorabilmente, poiché le attività economiche principali si spostarono verso la vicina Venezia.
Di quell’epoca gloriosa, oggi Torcello conserva solo alcuni maestosi monumenti.
Tra questi, spicca lo straordinario complesso monumentale costituito dalla Cattedrale di Santa Maria Assunta, fondata nel 639, impreziosita dai suoi splendidi mosaici bizantino-romanici interni risalenti all’XI e XII secolo, e dal possente campanile dell’XI secolo, che si erge maestoso sulla laguna.
Accanto alla Cattedrale si trova la graziosa Chiesa di Santa Fosca, anch’essa dell’XI secolo, circondata da un suggestivo portico a cinque lati su pianta a croce greca, silenziosa testimone di un’epoca di grande prosperità per Torcello.

Chiesa di Santa Fosca

Di fronte alle chiese si ergono maestosi il Palazzo dell’Archivio e il Palazzo del Consiglio, costruiti nel Trecento. In passato, erano la sede del governo locale, delegato dal doge, e oggi ospitano un museo di modesta dimensione ma di inestimabile valore.
Visitando la chiesa di Santa Fosca resto piacevolmente colpita dalla sua modesta grazia, e l’incantevole silenzio delle sue mura.
Uscendo sulla piazza, gocce di pioggia scintillano ancora, mentre l’aria si fa più tersa e limpida, pronta ad ospitare la notte.
Un magnifico arcobaleno fa capolino tra le nuvole diradate, come un sorriso, incorniciando perfettamente questo quadretto idilliaco che la mia mente ha immaginato e riscoperto tra i ciottoli di Torcello.

Di ritorno sulla terraferma, un’ ossessione silenziosa pervade i miei pensieri: se fossi un’ anima errante, so già dove vorrei dimorare. Venezia.
Mi rifugerei tra i suoi meandri taciturni, avvolgendomi nel silenzio del labirinto di calli della città antica. Il fruscio del mio passaggio sarebbe come il tintinnio lontano di un cristallo infranto.
Forse sarei un mastro vetraio, ora fragile, trasparente come il vetro cui davo forma. Vagherei tra i riflessi dei canali, liquido e multiforme.
Questi pensieri mi cullano mentre il sonno mi coglie, quando d’improvviso un suono familiare… il tintinnio tremante di vetro spezzato.
E’ il bacio della laguna. Venezia scompare tra la nebbia come un’ amante velata.