Donne samurai: tra coraggio e sorellanza

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“Una nebbia densa e lattiginosa circonda il tempio Hōkai. Quasi invisibile, il fantasma di una donna aleggia tra gli aceri dai colori autunnali. Il suo sguardo è triste. La veste bianca da yūrei ha preso il posto dell’armatura, indossata fino all’ultimo respiro. Una ferita sanguinante le orna il collo come una collana. Osserva le chiome degli alberi. Rosso sangue. La stagione delle kōyō le ricorda troppo il suo passato e i patimenti sofferti. I proiettili. Le ferite. La sua morte… 

Si chiamava Nakano Takeko. 

Sébastien Perez, dalla mostra “Storie di donne samurai” dell’artista Benjamin Lacombe 

Nakano Takeko (April 1847 – 16 October 1868) 

Abile e risoluta combattente, alimentata dal fuoco di un coraggio che si sarebbe esteso alle sue compagne, Nakano Takeko fu una onna-bugeisha (donna guerriera) del periodo Edo in Giappone. Nacque nell’odierna Tokyo durante la primavera del 1847, e crebbe in una famiglia di samurai che la educò, con una rigida disciplina, alle arte marziali, alla calligrafia e alle arti letterarie. Oltre a dedicarsi alle tecniche di combattimento, comporrà infatti numerose poesie, riflesso di uno spirito equilibrato e determinato a lottare per la giustizia e mai per mera violenza. Insieme a sua sorella, Takeko istruì numerosi studenti, trascorrendo il proprio tempo libero a leggere e studiare le storie di guerriere, imperatrici, ma soprattutto le gesta della sua più grande fonte d’ispirazione: la leggendaria Tomoe Gozen, di cui narra il poema epico Heike Monogatari. Negli anni ‘60 dell’800 rifiutò di sposarsi, perché la sua attenzione era interamente rivolta ai disordini sociali che si stavano sollevando in Giappone. L’imperatore aveva infatti annunciato l’intenzione di abolire lo shogunato (ovvero il governo feudale), con allora a capo Tokugawa Yoshinobu, che in risposta costituì una fazione di oppositori alla volontà imperiale. A gennaio del 1868, innescata da mediazioni fallimentari, scoppiò una guerra civile: la guerra Boshin (guerra dell’anno del drago). Takeko, sua sorella minore Yuko e altre onna-bugeisha (tra cui Kawahara Asako) chiesero il permesso di combattere, tuttavia fu loro negato un posto nell’armata di Tokugawa. Le donne rifiutarono il ruolo di spettatrici e non accettarono di non prender parte a ciò che segnerà eternamente l’anima e il futuro del loro Paese. Decisero dunque di costituire quello che verrà in seguito rinominato Joshitai 娘子 隊 (esercito femminile). Nell’ottobre del 1868, le compagne d’armi presero parte alla battaglia di Aizu, brandendo esclusivamente armi bianche contro le armi da fuoco dell’esercito imperiale. Takeko, nominata leader dell’armata, affondò abilmente la sua naginaka sul nemico, uccidendo sei avversari prima di essere colpita al petto da un proiettile. Ancora legato alla sua naginaka, un biglietto in cui Takeko aveva scritto: 

 «Non oserei mai considerarmi membro della cerchia dei grandi guerrieri – ma so di condividerne il cuore intrepido». 

Dipinto di donna con naginaka 

Sarà Yuko a compiere la volontà della sorella, preservandone la fierezza e non permettendo che diventi un trofeo di guerra in mano al nemico: la decapita, avvolge la sua testa in un panno e la stringe a sé mentre si dirige al tempio di famiglia, dove la seppellirà. Yuko sarà una delle poche sopravvissute, e passerà il resto della sua vita a gestire un piccolo negozio di dolci, raccontando del coraggio di Takeko. Ancora oggi la sorellanza del Joshitai e la loro lealtà verso la propria patria viene celebrata ogni anno durante il festival autunnale di Aizu, dove è stata eretta una statua in onore di Nakano Takeko. 

Statua di Nakano Takeko ad Aizu – foto di Torstein Barnhardt 

Ma Takeko non è che una delle ultime e più celebri di una lunga e gloriosa lista di donne che hanno fatto breccia in un sistema tradizionalmente maschile. I samurai furono infatti una casta dell’aristocrazia guerriera diffusasi attorno al XII secolo con lo scopo di servire uno shōgun o un daimyō (l’élite militare che governava dopo essere stata nominata dall’imperatore), e sarebbero divenuti nel tempo modello di lealtà e abnegazione. Le armi più utilizzate dai samurai furono, oltre alla naginaka, la katana e la spada corta detta wakizashi (insieme chiamati Daisho), e la loro armatura consisteva in cotte ricoperte di lacca (per una maggiore resistenza alle intemperie), ulteriormente coperte da una corazza pettorale costituita da lamelle o lamine di metallo, legate fra loro con lacci solitamente di cuoio. La testa era protetta da un elmo, che inizialmente veniva sorretto grazie a un particolare taglio di capelli, consistente in una coda di cavallo ripiegata (mentre il resto del capo era rasato), destinata a diventare uno dei segni riconoscitivi del samurai e simbolo del loro status.  

Armatura samurai – foto dell’autrice  

I samurai venivano istruiti a seguire i sette precetti del bushidō (la via del guerriero), che mirava a far di loro combattenti coraggiosi ma compassionevoli, tanto eroici quanto cortesi, pronti a morire con onore tramite il seppuku (o harakiri), ovvero il suicidio rituale compiuto per sfuggire alla caduta nelle mani nel nemico o ad altre forme di disonore. I samurai che non smarrivano la via e che effettivamente combattevano, (ricordiamo che spesso la loro immagine viene romanticizzata e alcuni erano semplici burocrati), allenavano tanto il corpo quanto la mente, divenendo abili tanto con le armi quanto con i pennelli da scrittura. A questo scopo portavano con sé in battaglia dei kit da scrittura portatili chiamati yatate, pur di poter comporre haiku e poesie in qualunque momento, al fine di calmare la mente e riequilibrare lo spirito. La maggior parte dei samurai erano uomini, ma le prime figure guerriere femminili di cui siamo a conoscenza appaiono già nel 201, con la salita al trono dell’imperatrice Jingū. Dopo la morte del marito, Jingū guidò l’esercito giapponese alla conquista della Corea, con in grembo l’erede al trono, Ojin. Ancora oggi, i suoi devoti la venerano chiedendole di intercedere per donare loro la vittoria in qualunque battaglia pratica o spirituale, e la considerano una koyasuga, ovvero protettrice delle partorienti e dei bambini. Dopo la morte di Jingū, si susseguirono una lunga serie di celebri guerriere, tra le quali spiccano Hungaku Gozen, combattente del clan Taira, e Kaihime, leader della guarnigione che difese il castello di Oshi dai ribelli. Circa mille anni dopo la scomparsa di Jingū sarà il turno della donna samurai forse più ammirata e cantata di tutte: Tomoe Gozen.

Tomoe Gozen 

Tomoe Gozen rappresentata da Benjamin Lacombe 

Con la sua graziosa pelle diafana e i lunghi capelli, Tomoe era incantevole. 
Un’arciera di forza rara, una guerriera potente, una spadaccina che a piedi o a cavallo avrebbe affrontato qualunque demone o dio, 

era una combattente che si sarebbe innalzata davanti a mille. 
Capace di condurre il più selvaggio dei destrieri per il più ripido dei dirupi; 
In battaglia, Kiso la vestì dell’armatura migliore attrezzandola con una grandiosa spada e un possente arco, e la incaricò di attaccare il comandante nemico.  

Vinse con una tale, ripetuta gloria che nessuno poté stare al suo fianco. 
Ed ecco perché, quando gli altri fuggivano o erano stati spezzati dalla battaglia, 
Tomoe rimase tra gli ultimi sette
.” 

Dal romanzo epico Heike monogatari, scrittore sconosciuto

Siamo nel tardo dodicesimo secolo, e il Paese del Sol levante è gettato in subbuglio da due shogun appartenenti al clan Minamoto: Minamoto no Yoshinaka (conosciuto anche come Kiso) e Minamoto no Yoritomo, cugini tra i quali non scorreva buon sangue. Nel giugno del 1180, il leader del clan rivale Taira, Kiyomori, fece salire al trono il proprio nipote, e spostò la capitale dell’impero a Kobe, con lo scopo di far coincidere il nucleo del proprio clan con quello del potere imperiale. I cugini Minamoto decisero dunque di mettere da parte le proprie divergenze e unire le rispettive risorse contro ciò che considerarono un affronto, chiamarono dunque a raccolta le truppe. Scoppiò tra il clan Taira e quello Minamoto un grande conflitto per il dominio sulla corte imperiale: le truppe Minamoto contavano solo trecento samurai, mentre quelle Taira ben duemila. Tuttavia, il leader Kiso sa di avere tra le sue fila un comandante straordinario, ovvero Tomoe Gozen. Tomoe combatté a cavallo, utilizzando arco e katana, e insieme a Kiso porta il clan alla vittoria. Si stabilirono a Kyoto (di nuovo capitale), dove si riaccesero i dissapori tra i due cugini: Yoritomo, infatti, non accettando che sia Kiso a governare, e approfittando delle perditi ingenti subite dal cugino gli dichiarò guerra. Kiso venne sconfitto sulla riva del fiume Ujigawa, e fuggì con quaranta uomini scelti tra i più coraggiosi e leali. Il numero si ridurrà presto a sette a causa delle continue fughe e alle numerose battaglie, ma le straordinarie capacità del generale Tomoe rimasero immutate, così come il suo indissolubile rapporto con Kiso. La natura di questa relazione varia secondo le fonti: in quasi tutte sono stati cresciuti dalla stessa famiglia pur non avendo un rapporto di sangue (a seguito della morte dei genitori di Yoshinaka), in altre sono amanti e in alcune addirittura sposati. Ciò che non varia è la loro battaglia finale, combattuta contro il celebre clan Musashi il 21 febbraio 1184.  Durante la battaglia di Awazu fu sempre Tomoe a distinguersi tra i sette, riuscendo a mettere in fuga numerosi avversari e decapitando uno dei più forti, Uchida, con un singolo colpo di katana. Ormai ferito a morte e cosciente di essere giunto alla propria fine, Kiso le chiese di fuggire per non essere visto morire al fianco di una donna sul campo di battaglia (morte considerata disonorevole per un samurai), o forse un semplice pretesto per nascondere il suo ultimo desiderio, ovvero saperla salva lontano da lì. Tomoe cedette solo davanti all’insistenza del suo compagno, affermando che avrebbe dovuto prima vederla trionfare un’ultima volta. Tale trionfo viene riportato nell’Heike monogatari

 “Tomoe rimase in attesa di un nemico. E ne apparve uno famoso per la sua forza in tutta la provincia di Musashi, Onda no Hachiro Morishige, con trenta cavalieri. Tomoe si fiondò in mezzo a loro, andando dritta da Onda no Hachiro. Lo afferrò ferocemente e infilzò la sua testa sul pomo della sua sella, poi la strattonò, la tagliò e la gettò via”.   

Solo a questo punto, Tomoe Gozen si spogliò dell’armatura e abbandonò per sempre la via della spada. Ciò che accade in seguito è avviluppato nell’incertezza, alcuni raccontano sia stata rapita dal samurai Wada Yoshimori, mentre altri sostengono abbia preso i voti e vissuto il resto della sua esistenza come monaca. Qualunque sia la conclusione, è innegabile che la prodezza di Tomoe Gozen abbia fatto di lei una guerriera leggendaria, che si guadagnò l’ammirazione di Nakano Takeko e di tutto il Giappone, conquistando di diritto un posto tra i grandi eroi.  

Tomoe sul campo di battaglia stringe la testa di Yoshinaka, Benjamin Lacombe 

Le protagoniste di queste storie sono solo degne rappresentanti delle donne samurai che hanno scelto di ricoprire un ruolo solitamente assegnato agli uomini, dimostrando che uno spirito coraggioso va al di là del proprio genere. Ci ricordano inoltre che la forte rilegatura della donna alla sfera domestica arriva in Giappone nel periodo Meji a causa dell’influenza occidentale, quando fu loro proibito di prendere parte alla vita politica e fu scoraggiato quasi tutto ciò che non riguardasse la maternità e la bellezza. Questi elementi hanno contribuito alla costruzione di uno stereotipo ancora radicato della visione occidentale delle donne giapponesi, in totale contrasto con le gesta delle onna-bugeisha, esempi portanti del fatto che non solo gli uomini sono valorosi combattenti attivi nelle dinamiche del proprio Paese. Per fortuna, la storia giapponese non è l’unica a ricordarci che nessuno dovrebbe essere rilegato a ruoli tradizionali e ridotto a uno stereotipo, e che anche quando questo accade possiamo lottare per far emergere la nostra unicità.  

Donne samurai, Benjamin Lacombe – foto dell’autrice