
Londra, notte del 5 ottobre 1869. Nonostante l’ora tarda, la città brulica ancora di rumori.
Il ticchettio degli zoccoli dei cavalli sul selciato rimbalza tra i palazzi avvolti nella penombra. L’aria è umida e porta con sé un sentore rancido che s’insinua nelle narici. In mezzo al silenzio del cimitero di Highgate, un gruppo di ombre sospette si aggira furtivo tra le tombe. Un piccolo falò crepitante getta una luce tremolante, illuminando i volti tesi di alcuni uomini ben vestiti. Degli operai scavano in una fossa finché il rumore sordo delle pale che cozzano contro il legno non rivela la presenza di una bara.
L’incipit di un racconto gotico forse? No, si tratta piuttosto di un evento realmente accaduto, che vide come protagonista uno dei pittori più influenti del XIX secolo: Dante Gabriel Rossetti.
La bara riportata alla luce altro non era che il giaciglio eterno di Lizzie Siddal, prima Musa nonché moglie dell’artista, morta sette anni prima.
Ma cosa spinse il tormentato pittore a compiere un gesto tanto estremo e disperato?
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo ripercorrere il tragico intrecciarsi di due destini: quello di un artista visionario e della sua eterea Musa.
L’artista visionario e il ritorno alla Bellezza
Gabriel Dante Rossetti nacque a Londra nel 1828, da un rifugiato politico italiano, Gabriele Rossetti, professore al King’s College, poeta e critico letterario e Francis Polidori, originaria di una famiglia anglo-italiana con importanti connessioni letterarie (Il fratello di Francis, John William Polidori, fu il dottore di Lord Byron e scrisse il primo romanzo sui vampiri che ispirò in seguito Bram Stoker).
Anche il fratello e la sorella di Rossetti diverranno scrittori, critici e poeti.
In un ambiente così fertile, artisticamente stimolante, dove ossigeno e letteratura si mescolavano in perfetta armonia, Gabriel crebbe tra le pagine di Dickens, Shakespeare, Byron, poesia medioevale e leggende di Re Artù.
Fu sempre il suo amore per la letteratura, diverso tempo dopo, a fargli invertire l’ordine dei suoi nomi: da quel momento Gabriel lasciò il posto a Dante.

L’abilità nella pittura si manifestò precocemente nel giovane, secondo alcune voci, all’età di quattro anni venne visto dal lattaio ritrarre il suo cavallo a dondolo.
All’età di tredici anni iniziò a prendere lezioni d’arte, ma sin da subito emerse la sua natura ribelle e indisciplinata, il suo lavoro era irregolare e scostante.
Le rigide regole accademiche e tecniche di pittura non appassionavano l’animo fervente di Rossetti, che sognava le leggende arturiane, le visioni dantesche e si lasciava incantare dal soprannaturale e l’esoterismo.
Convinto che il suo destino fosse quello di comporre poesie, scrisse per chiedere consiglio al poeta Leigh Hunt, il quale lo incoraggiò a puntare sulla pittura affermando che fosse più semplice sopravvivere come pittore che come poeta, così Rossetti aprì nuovamente il cuore alla pittura, ma continuò a comporre e scrivere versi fino alla sua morte.
Negli anni successivi Rossetti entrò in contatto con due artisti che ammirava profondamente: Ford Maddox Brown, che per un periodo lo prese sotto la sua ala, e William Holman Hunt che gli fece conoscere un altro artista dalle simili vedute, John Everett Millais. I tre pittori guardavano con diffidenza la deriva materialistica che stava investendo la società vittoriana e si discostavano dal rigido approccio accademico che dominava la pittura dell’epoca. Il loro desiderio era promuovere uno stile che consentisse all’artista di osservare la realtà senza pregiudizi.
Volevano ridare vigore all’arte attraverso i colori brillanti della prima pittura fiamminga, la complessità compositiva dei maestri italiani del Quattrocento e la semplicità delle linee degli affreschi medievali fiorentini.
Ripudiavano l’atteggiamento meccanico dei pittori manieristi successivi a Raffaello e Michelangelo, per questo decisero di chiamarsi “Confraternita dei Preraffaelliti” , esponendo i loro ideali in un manifesto segreto. Inizialmente anche il nome del movimento rimase segreto e i dipinti venivano firmati con la sigla “P.R.B.“.
Sebbene solo tre giovani avessero dato vita alla Confraternita, col tempo altri artisti si sarebbero uniti o associati al gruppo. Gli ideali preraffaelliti, sotto il pennello di Rossetti, divennero fortemente legati a un soggetto specifico: la figura femminile.
Le rappresentazioni di donne di Rossetti, vivide, dettagliate e forti, sono state viste come un’apparente contraddizione, una combinazione di sensualità e pudore, di angelo e donna di strada. I semi di questo approccio possono intravedersi già nei primi giorni della Confraternita. Rossetti contribuì con una poesia al primo numero della rivista del gruppo, The Germ, uscita alla fine del 1849, che sembrerebbe profetica: descrive un pittore ispirato dalla visione di una donna che gli ordina di mescolare umano e divino nella sua arte.

L’anima romantica e nostalgica di Rossetti anelava a conoscere i legami profondi dell’universo, a spingersi oltre il limite delle realtà conoscibili e ben presto questo richiamo inarrestabile lo portò ad interessarsi all’idea della reincarnazione, all’epoca metempsicosi.
Questo è evidente in uno dei primissimi scritti del giovane, all’epoca ventenne, dal titolo “Sant’Agnese dell’intercessione”.
Il racconto non venne mai terminato, ma Rossetti tentò di rimettervi mano poco prima di morire. Si tratta della storia di un pittore ottocentesco, Vincent Darrow, che cambiò per sempre quando, all’età di diciannove anni, incontrò la bellissima Mary Arden. Fu amore a prima vista.
Nel giro di un anno la coppia si fidanzò e Vincent le fece un ritratto che espose in una mostra.
Un critico notò la straordinaria somiglianza del volto di Mary con quello di Sant’Agnese in un dipinto quattrocentesco del pittore fiorentino Bucciuolo Angiolieri. Ossessionato dalla scoperta, Vincent partì per l’Italia per vedere il quadro con i propri occhi.
Nella galleria di Perugia, rimase sbalordito nel constatare che il volto di Mary corrispondeva esattamente, tratto per tratto, a quello di Sant’Agnese.
Venuto a sapere della tragica morte durante una seduta di posa della modella del XV secolo, alla quale l’artista aveva poi aggiunto gli attributi della santa, Vincent ebbe un’ulteriore sorpresa. Nella stessa galleria, vide l’autoritratto di Angiolieri: il volto del pittore rinascimentale era identico al suo.
In quell’istante, Vincent comprese che lui e Mary non erano altro che reincarnazioni delle stesse persone che si erano amate secoli prima. Lui e la sua Musa erano destinati a rivivere quell’antica storia d’amore.
Due anni dopo aver scritto quel racconto, Dante Gabriel Rossetti incontrò la donna che cambiò per sempre la sua vita: Lizzie Siddal.
Lizzie Siddal: la prima Musa
Nel 1849, secondo i racconti, Walter Deverell (artista e amico dei Preraffaelliti) si recò con la madre in un negozio di cappelli vicino a Leicester Square.
Notò una giovane donna che lavorava nel retrobottega del negozio, un’apprendista, e rimase immediatamente stupito dai suoi lunghi capelli rossi e dalla sua figura statuaria e snella.
Walter pregò la madre di presentargliela e scoprì che la giovane si chiamava Elizabeth, o Lizzie, Siddal. Deverell si precipitò nello studio in cui Rossetti e Holman Hunt stavano dipingendo e sbottò:
“Non potete capire che creatura stupendamente bella ho trovato… È come una regina, magnificamente alta!” .

Secondo recenti ricerche, tuttavia, Lizzie Siddal, che amava disegnare fin da bambina, aveva le sue aspirazioni artistiche. Aveva portato alcuni dei suoi disegni per mostrarli alla mamma di Walter, il cui marito era il segretario della London School of Design. Sentendo parlare di Lizzie, Walter si precipitò al negozio di cappelli e, dopo averla vista, decise che avrebbe dovuto lavorare per lui.
Lizzie nacque nel 1829 a Londra. Terza di otto figli, suo padre gestiva un’attività di coltelli. Non si sa molto della sua vita, ma sembrerebbe che amasse disegnare e leggere poesie sin dall’infanzia. Uno dei suoi poeti preferiti era Tennyson e si dice che scoprì il suo lavoro quando notò una delle sue poesie su un foglio di carta che era stato usato per avvolgere il burro.
La famiglia, pur essendo rispettabilmente di classe medio-bassa, era povera.
Non si sa se Lizzie abbia frequentato la scuola, anche se sicuramente imparò a leggere e scrivere, ma quando era ancora molto giovane dovette andare a lavorare per aiutare a mantenere la famiglia. Lavorò a lungo nella bottega di una modista in condizioni spesso difficili e la sua famiglia era preoccupata per la sua fragile salute. La situazione famigliare, combinata alla prospettiva di un buon guadagno, spinse la madre di Lizzie a prendere in considerazione la possibilità di farle posare per Deverell. I vittoriani, tuttavia, consideravano tale occupazione disdicevole, persino paragonabile alla prostituzione.
Walter presentò Lizzie ad altri artisti e Rossetti disse che quando la incontrò sentì che il suo “destino era definito” .
Nel 1854 Rossetti compose “Luce Improvvisa” sicuramente ispirato dal suo incontro con Lizzie:
“Sono già stato qui, ma non so dire quando e come; Conosco l’erba oltre la porta, il dolce profumo acre, Il suono sospirato, le luci intorno alla riva. Tu sei già stata mia. Non so quanto tempo fa: Ma proprio quando al volo della rondine il tuo collo si è girato così, qualche velo cadde, – io lo sapevo da sempre.”
È proprio lei, è “la donna che era la sua anima”, la sua Musa.
Lizzie posò per la prima volta per Rossetti nel 1850 nel quadro “Rossovestita”, uno dei suoi dipinti meno noti.

La modella, come le altre legate alla confraternita, fu criticata. L’aspetto fragile della giovane, il suo viso smunto, le sue membra flessuose e i suoi capelli ramati non erano considerati convenzionalmente attraenti all’inizio dell’epoca vittoriana.
Persino la cerchia ristretta dei Preraffaelliti nutriva dei dubbi su questa giovane donna delicata e riservata, con la sua tendenza alla tristezza e la sua insolita bellezza.
“Gli occhi di Elizabeth erano di una specie di luminoso color agata dorata, la figura snella ed elegante, alta per quei tempi, i bei capelli rosso intenso… Non parlava volentieri, (era) entusiasta, emotiva e malinconica, anche se con molto umorismo e tenerezza” .
Il fratello di Rossetti, William, riteneva che fosse “una creatura molto bella, con un’aria tra la dignità e la grandezza; alta, finemente formata, con un collo alto e lineamenti regolari anche se un po’ insoliti; occhi blu-verdastri “non scintillanti”, carnagione brillante e capelli dorati-ramati, un modesto rispetto di sé e un riserbo sdegnoso; il suo parlare aveva un tono sarcastico” .
È affascinante notare come le descrizioni di Lizzie divergessero significativamente: i suoi occhi, per esempio, sono stati ritratti sia “marrone agata” che “blu-verdastri”, come se le persone proiettassero le proprie impressioni su questa donna, silenziosa ma dalla presenza magnetica.

Il quadro tutt’ora più noto per cui Lizzie posò fu l’Ophelia di John Everett Millais (1852).
Il dipinto raffigura una scena dell’Amleto di Shakespeare in cui Ofelia, impazzita per la morte del padre e il rifiuto da parte del principe Amleto, si suicida lasciandosi cadere nel fiume, che poi attraversa galleggiando. Millais voleva che il suo quadro fosse il più fedele possibile, nella maniera ossessiva preraffaellita.
Dopo aver trascorso ore sulle rive del fiume Ewell, vicino a Kingston-upon-Thames, a dipingere acqua, fiori e piante, Millais decise che era giunto il momento di inserire Lizzie nel suo quadro.
Alla ricerca del realismo, la fece posare in una vasca da bagno, riempita con l’acqua sporca del Tamigi, indossando un antico abito da sposa ricamato in argento. Era gennaio e nello studio si gelava.
Millais mise candele e lampade sotto la vasca per tenere l’acqua calda, ma queste continuavano a spegnersi. Millais le riaccendeva, ma, sempre più preso dai dettagli del suo dipinto, dimenticava di controllare le fiamme.
Lizzie rimase nella vasca per cinque ore e non si lamentò mai, né chiese a Millais di riaccendere le lampade. Uscendo dalla sua trance artistica, Millais si accorse che Lizzie stava tremando e sembrava febbricitante. La aiutò a uscire dalla vasca, ma era chiaro che si fosse malata, probabilmente di polmonite. La famiglia chiamò un medico e il padre di Lizzie minacciò di fare causa a Millais, che accettò di pagare il conto. Il medico probabilmente prescrisse il laudano, una tintura di oppio in alcol. Lizzie, pur guarendo, sarebbe diventata dipendente da questa sostanza, una dipendenza che potrebbe essere iniziata all’indomani di quell’episodio di congelamento. Il suo declino nella dipendenza avrebbe portato a un peggioramento della salute fisica e mentale.
Regina Cordium

Nel corso del decennio successivo, Rossetti ritrasse Lizzie in numerosi dipinti ad olio e acquerelli, disegnandola ossessivamente.
Tra il 1850 e il 1862 realizzò oltre 60 disegni della donna. Spesso la immaginava regina, oggetto dell’amore cortese, come nel celebre quadro “Regina Cordium”.
Anche Lizzie continuava a scrivere e dipingere, Rossetti stesso la incoraggiò e le diede lezioni. Fu l’unica pittrice donna inclusa nella mostra preraffaellita del 1857.

Nonostante ciò, la salute di Lizzie non migliorava. Non è chiaro di quale malattia soffrisse la donna, (le ipotesi vanno dalla tubercolosi all’anoressia o alla bulimia) ma era spesso debole e malata.
La sua dipendenza dal laudano era peggiorata e anche il rapporto con Rossetti si stava a poco a poco logorando. L’artista era sempre più irrequieto.
Nonostante la sua natura socievole e gregaria, con Lizzie viveva rintanato.
Rossetti ben presto iniziò a cercare altre modelle che spesso divennero anche sue amanti. Al ritorno da un viaggio in Francia, Lizzie scoprì una relazione con Annie Miller, modella e amante di Holman Hunt. Annie posò per Rossetti come Elena di Troia. Lizzie, disperata, si trasferì per un po’ a Bath, nella speranza che le sue famose terme potessero aiutare la sua malattia.

Una sera del 1856, mentre passeggiava per le strade di Londra, il pittore si accorse che qualcuno gli lanciava delle noccioline addosso. Si trattava di una prostituta di nome Fanny Cornforth, Rossetti rimase folgorato dalla sua figura voluttuosa e dai mossi capelli rossi. Affascinato, le chiese di posare per lui.
Ben presto i due divennero amanti. Diversamente dall’eterea e riservata Lizzie, Fanny incarnava una sensualità terrena e istintiva.
Rossetti ne rimase estasiato: dipinse il corpo di Fanny con trasporto e le sue poesie divennero più audaci, cariche di simbolismo erotico.
In opere come “Bocca Baciata” sono presenti alcuni elementi che rievocano la sensualità della donna: una rosa tra i capelli, una mela di fronte a lei. Sul retro del quadro Rossetti scrisse:
“La bocca che è stata baciata non perde la sua freschezza,
Si rinnova ancora come la luna”

All’inizio del 1860, la famiglia di Lizzie era molto preoccupata per la sua salute.
John Ruskin avvertì Rossetti annunciando: “Lizzie è pronta a morire ogni giorno e più di una volta al giorno”.
Traboccante di rimorsi, Rossetti promise di sposarla. Il matrimonio ebbe luogo a Hastings il 23 maggio 1860, anche se Lizzie era così debole che dovette essere portata in braccio dall’albergo alla chiesa.
Gli sposi si godettero una lunga luna di miele a Parigi che potevano a malapena permettersi, per poi tornare a Londra con due cani randagi che avevano adottato.
La salute di Lizzie sembrò riprendersi un po’, era più felice e rimase persino incinta.
Il 2 maggio 1861, la figlia nacque morta. Lizzie cadde in depressione.
Un’ amica ricorda che cullava una culla vuota dicendo: “Zitta, la sveglierai”.
Il dolore per la morte della figlia e il continuo sospetto dei tradimenti del marito spinsero la donna verso il suo tragico destino: nella notte del 10 febbraio 1862, di ritorno da una lezione d’arte, Rossetti rinvenne la moglie in stato comatoso, sul comodino una bottiglia di laudano vuota. La donna morì la mattina dopo.
Devastato dal dolore, tormentato dal rimorso, Rossetti volle la bara di Lizzie nel loro appartamento per sei giorni.
Con premura ed estrema attenzione avvolse il manoscritto contenente le sue poesie (un libro di versi completo, che riteneva essere la cosa più bella che avesse mai prodotto) nei ramati capelli di lei e lo lasciò riposare accanto alla sua guancia.
Lizzie fu sepolta nel cimitero di Highgate nella tomba della famiglia Rossetti.
Alcuni sostengono che Rossetti vide il suo fantasma ogni notte per i due anni seguenti.
Gli anni successivi alla morte di Lizzie furono molto caotici per Rossetti. Questi abbandonò l’appartamento che aveva condiviso per anni con la moglie e si trasferì a Chelsea. Qui si fece conoscere per via della sua bizzarra collezione di animali esotici: pavoni, topi, conigli, armadilli, un lama, un canguro, uno zebù e un cocorite.
Questi spesso fuggivano, causando scompiglio nei giardini dei vicini e persino attaccandosi, uccidendosi e mangiandosi a vicenda.
L’insonnia e gli incubi frequenti continuarono ad assalirlo fino al giorno della sua morte. Per combattere la solitudine aprì le porte ad artisti, personaggi eccentrici e soprattutto invitò Fanny a vivere con lui.
Per dormire gli venne prescritto il cloralio, un potente sedativo.
Per sciacquare il sapore sgradevole del cloralio dalla bocca, Rossetti, che fino ad allora era stato astemio, iniziò a bere whisky. Ben presto divenne dipendente da entrambe le sostanze.
In questo periodo la sua arte cominciò ad acquisire notorietà grazie al nuovo stile sensuale e spontaneo. Nonostante il successo artistico ed economico, il ricordo della moglie continuava ad ossessionarlo.
Nel 1864 dipinse “Beata Beatrix”, un omaggio a Dante, ma soprattutto a Lizzie.
Nel quadro l’amore di Dante Alighieri, Beatrice, nel momento della sua morte. Impresso nel volto di Beatrice quello di Lizzie, mentre viene portata in cielo.
I suoi occhi chiusi alludono sia alla beatitudine della morte sia a uno stordimento indotto da droghe. Una colomba rossa, sormontata da un’aureola, lascia cadere un papavero, simbolo dell’oppio, del sonno e della morte, nelle mani di Lizzie.

Il cambio di rotta nella sua arte fece temere a Rossetti di aver tradito i suoi stessi ideali. Si dedicò dunque maggiormente alle sue poesie e cominciò a prendere seriamente in considerazione l’idea di pubblicarne una raccolta.
Sebbene apprezzasse le sue recenti composizioni, sentiva che gran parte dei suoi versi migliori fossero irraggiungibili.
Infatti, questi giacevano sepolti con Lizzie Siddal, nelle profondità del cimitero di Highgate.
Una visione di Bellezza
Quando il coperchio della bara fu sollevato nel silenzio irreale della notte, un brivido percorse la schiena dei presenti. Il rumore della vanga che aveva infranto il sigillo di quella tomba risuonava ancora nelle loro orecchie. Al suo interno, tuttavia, non lo sguardo vuoto di un teschio o la decomposizione di un cadavere li accolse.
Bensì il volto di Lizzie Siddal, intatto e immobile in una bellezza spettrale.
I lineamenti delicati, quasi traslucidi nella luce tremante del fuoco, i capelli di rame che fluivano come un fiume di lava rappresa, avvolgendo strettamente il prezioso manoscritto in intricate spirali rosse. Pareva che durante quei sette anni sottoterra le ciocche fossero cresciute rigogliose, quasi a nutrirsi di chissà quale linfa.
Con attenzione, le ciocche furono tagliate per liberare il libro, che fu poi consegnato al medico affinché lo disinfettasse, assicurandosi che nessun morbo passasse dalla tomba ai vivi.
Gli astanti fissarono esterrefatti quella visione, sospesa tra vita e morte.
La fioca lucentezza della pelle, l’espressione serena e assorta, i capelli che lambivano il petto come fiamme: Lizzie emanava una strana, malinconica bellezza.
Ma non appena l’aria penetrò nel feretro, fu chiaro che quel fragile incanto non poteva durare. Il corpo cominciò a corrompersi e venne frettolosamente riseppellito, prima che la decomposizione cancellasse quel volto per sempre.
Dopo aver recuperato il manoscritto dalla tomba, fu necessario raschiare via i pezzi di decomposizione. Poi, prima che Rossetti potesse iniziare a trascrivere le poesie, il libro dovette essere immerso in un disinfettante per quindici giorni.
L’uomo trovò anche dei fori di tarlo nelle pagine, che avevano cancellato alcune parole. Nonostante fosse stato accuratamente disinfettato, il libro emanava un tanfo rivoltante. Una volta terminata la sua impresa, Rossetti distrusse il manoscritto.
Tre pagine, tuttavia, sono sopravvissute e sono ancora conservate nelle biblioteche.

Le affermazioni sullo stato di non-morte di Lizzie potrebbero aver avuto un impatto culturale non indifferente. Si pensa che la giovane possa essere stata l’ispirazione per la vampira Lucy Westerna nel Dracula di Bram Stoker. Stoker, infatti, conosceva Rossetti, suo vicino di casa per un periodo, e lavorava a stretto contatto con l’amico di Rossetti, lo scrittore manx Hall Caine. L’esumazione di Lizzie Siddal sembrerebbe un evento centrale che riunisce diversi filoni del mito del vampiro occidentale.
Lo zio di Rossetti scrisse il primo romanzo sui vampiri, mentre la riesumazione della moglie influenzò forse Bram Stoker. Inoltre, negli anni Settanta, il cimitero londinese di Highgate fu protagonista di un’ondata di isteria collettiva legata alla paura dei vampiri. Si diffuse infatti la voce che una creatura oscura, probabilmente un non-morto, uscisse di notte dalla necropoli per aggirarsi nei sobborghi settentrionali della città. La vicenda scatenò un’atmosfera di panico e superstizione in tutta l’area.
Nel 1878 Rossetti non era più in grado di dipingere.
Trascorse gli ultimi quattro anni della sua vita in sovrappeso, malato e depresso.
Si trovò costretto in casa a causa di una paralisi alle gambe e soffrì del morbo di Bright, un’affezione renale. Morì il 9 aprile 1882, mentre si trovava a casa di un amico nel Kent, all’età di 53 anni.
A Dante Gabriel Rossetti dobbiamo molto: è stato un artista coraggioso, visionario, che ha creduto nella Bellezza fino in fondo.
L’ha inseguita con passione bruciante, ne ha fatto una missione di vita, un manifesto. Ha intrecciato abilmente la sua esistenza tormentata alla sua arte, facendocene dono, rendendosi vulnerabile e invincibile come solo un grande artista sa fare.
L’incontro con la sua prima Musa Lizzie ha profondamente plasmato la sua espressività artistica.
Anche a lei dobbiamo molto: la sua fragile intensità, i suoi occhi velati hanno cambiato per sempre la storia dell’arte, introducendo nuovi canoni e una diversa percezione di Bellezza.
Una figura così inabissata nel nostro inconscio a tal punto da trasformarla in regina, in Beatrice, in vampira.
Eppure, di fronte al racconto di un incredibile artista e della sua magnifica Musa, non si riesce a non pensare alla semplice storia di un uomo e di una donna che si sono amati intensamente, fino a sublimarsi nell’arte.



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