
“Siete delle bestie”
È questo il ritornello che le madri ripetono instancabilmente alle figlie, le tredicenni protagoniste di questa storia. E forse non hanno tutti i torti.
Le bestie sono feroci, mosse da istinti che non conoscono ragione, preda di umori torrentizi che divampano e si spengono all’istante come cerini accesi.
È la condizione esatta dell’adolescenza, quel limbo sospeso tra l’infanzia ormai persa e la maturità ancora lontana.
Le giovani protagoniste incarnano perfettamente questa natura duplice, divise tra slanci di adorazione e scoppi di violenza gratuita, tra la spensieratezza dei giochi infantili e la cupezza di pensieri già adulti. Sono delle bestie perché non sono più bambine, ma non sono ancora donne. Sono in quella terra di nessuno che è l’adolescenza, e la attraversano con la ferocia di chi ancora non conosce limiti.
“Dov’è?”
“Dov’è?”
“Dov’è?”
La storia prende avvio con la scomparsa di Sammy, la figlia del predicatore della comunità di Falls Landing. Sammy è una ragazza più grande che il gruppo di protagoniste osserva da lontano, spiandone di nascosto ogni gesto, cogliendone ogni segreto: dalla relazione clandestina con Eddie, al suo desiderio di fuggire e ribellarsi alla famiglia. Le giovani belve si muovono in branco, compatte, e l’autrice Dizz Tate sceglie di parlarne sempre in prima persona plurale: noi.
Ciò che conta non sono tanto le personalità individuali, quanto il carattere corale del gruppo. L’unione fa la forza, ma porta anche alla prevaricazione.
Camminano tenendosi per mano, ridono all’unisono, si insultano a vicenda per noia.
Il branco rimane ai margini della comunità, osservando tutto e tutti.
Conosce segreti e miserie di ognuno. Incombe come un’ombra grigia sulla languida Florida, fluttua come una nuvola carica di pioggia. Eppure anela ad essere al centro dell’attenzione, brama gli sguardi su di sé.
I suoi slanci d’affetto sono rivolti alle due figure femminili più grandi, che però non sono le madri bensì le ragazze poco più adulte, Sammy e Mia. I suoi primi amori.
Le idolatra, ne imita ogni gesto, le segue come un cucciolo alla cieca. Il branco freme al loro cospetto, esulta e si accascia per i loro successi e fallimenti.
“Eravamo capaci di capire chi avrebbe spiccato il volo in anticipo.
[…]
Ce ne stavamo con il viso premuto contro il vetro delle nostre stesse vite.
È tutto qui? ci chiedevamo. Ci stiamo divertendo come loro?
Ci innamoriamo come loro?”
Il lago placido e scuro come nero inchiostro, nel frattempo, sembra nascondere un segreto. Nessuno vi nuota mai, forse vi si annida un mostro tra i suoi fondali melmosi. Il branco lo percepisce, lo sente strisciare nelle tubature, lo intravede con due occhi gialli tra le profondità. O forse, quel mostro altro non è che la comunità stessa, i suoi oscuri segreti sepolti, il marcio annidato da anni. E quel desiderio sfrenato di essere al centro dell’attenzione non è che il preludio di una tremenda condanna.
Arriva il momento in cui persino il branco deve dividersi: così le bestie diventano adulte e leggiamo i loro pensieri in alcuni capitoli alternati alla narrazione principale.
Sono donne ferite, l’individualità ha fatto di loro delle silhouettes sbiadite ed incerte. Le bestie in fondo anelano ancora l’abbraccio del branco, ma non è possibile: il branco non esiste più.
Il romanzo, che in origine sembrava concentrarsi sulla scomparsa di Sammy, ben presto si trasforma in un intreccio di formazione dalle tinte horror, intriso di realismo magico. Molti degli episodi sono densi di simbolismo e nascondono una realtà più profonda che per essere svelata va distorta e amplificata. Dizz Tate la forza senza pietà, la stira fin quasi a lacerarla.

“Quest’anima è come una boccia d’acqua ferma. Pulita, preziosa, posata in equilibrio sul nostro petto. L’acqua è fresca. Sacra.
[…]
In pochi secondi la boccia è rovinata.
E noi la guardiamo e stiamo malissimo per non averla saputa proteggere, questa cosa preziosa e fragile e perfetta”
L’acqua è ovunque, archetipo per eccellenza di purezza, eppure è corrotta, sporca, emana un lezzo acre che s’insinua dappertutto.
In contrasto, molte cose bruciano. Il ragazzo del lago è un piromane, dà fuoco a ogni cosa. Brucia il pedalò a forma di cigno e incendia perfino la camera di Sammy.
La fiamma, come una lingua, purifica con la sua saliva. Il fuoco purifica e distrugge.
L’adolescenza è un rogo che divora interiormente e implora di essere sedato dalle attenzioni altrui. Le giovani belve distruggono per sentirsi vive e notate. Impareranno a conoscere il trauma attraverso il voyeurismo.
Le porte ricorrono ossessivamente, soglie di passaggio, poiché il romanzo è un continuo oscillare avanti e indietro: la smania di crescere e il terrore di restare indietro, per poi desiderare di tornare bambine e rabbrividire davanti alla maturità.
Le porte si aprono e si chiudono, i confini si fanno porosi. Crescere è un enigma irrisolto.
Bestie è un inno a tutto ciò che è in frantumi dentro e fuori di noi.
L’impossibilità di aggiustare le crepe dell’esistenza ci rende vittime innocenti e carnefici crudeli.
Ci rende insaziabili, ci rende delle bestie: abitanti di un inferno molto terreno che Tate ritrae con spietata poesia. Un inferno di rovine interiori che non possiamo riparare.
“Certe volte il mondo merita di bruciare”



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